Vent'anni oggi. Vent'anni tondi tondi dal giorno della presentazione di Batistuta sotto la Curva Sud. Una data storica quella del 6 giugno 2000, il giorno in cui un intero popolo ebbe la consapevolezza che si poteva tornare a vincere. Lo scudetto. Quello era l'obiettivo di Franco Sensi, che pochi giorni prima aveva dovuto digerire qualcosa di storto, come minimo, e doveva rimediare. A tutti i costi. Per farlo c'era un solo nome da portare a Roma, per mettere la ciliegina (da 70 miliardi di vecchie lire) sulla torta di una squadra già fortissima, guidata dal miglior tecnico del momento, don Fabio Capello. Tredicimila romanisti si assembrarono (sì, si assembrarono) in Curva, due ore sotto un sole da mare. Chi era fuggito dall'ufficio, chi era scappato di casa, chi dall'ospedale. Con un solo obiettivo, lo scudetto. Da rimettere sul petto giusto. «Sensi se l'era messo in testa e se non fosse stato per lui Batistuta sarebbe rimasto un sogno. Lui lo realizzò, facendo all-in, aveva costruito una squadra fortissima», racconta Carlo Zampa, the voice, che non ha bisogno di presentazioni per il popolo giallorosso e che fu lo speaker anche in quell'occasione indimenticabile: «L'ho conosciuto nel momento in cui è entrato in campo, non lo avevo mai incrociato di persona prima. Entrò con Aloisio, il suo agente, che aveva un sorriso a trentadue denti o forse più, era stata un'operazione di mercato straordinaria. Ricordo che Gabriel appena entrato sulla pista d'atletica "strabuzzò" gli occhi, era a dir poco sorpreso tanto che mi chiese: "Ma è sempre così?". Io gli risposi: "Preparati, perché oggi non hai ancora visto nulla, lo stadio è vuoto... Ti renderai presto conto di dove sei capitato"».

Non servì troppo tempo, perché quella del 2000-2001 fu una cavalcata sensazionale, soprattutto grazie all'impatto del Re Leone: «È stato uno di quelli che ha cambiato la Roma, aveva una voglia di vincere straordinaria e uno strapotere fisico unico. È stato in assoluto il centravanti più forte che abbiamo avuto. Molto probabilmente senza di lui non avremmo vinto quello scudetto. Per altro anche con lui rischiammo un po'. Se non ci avessero messo quelle due pezze Nakata e Montella a Torino contro la Juve non so cosa sarebbe successo... Credo che Gabriel ha vinto meno di quello che avrebbe potuto alla Roma, se pensiamo che l'anno dopo, che era più facile, non siamo riusciti a vincere». Uno scudetto e una supercoppa conquistati in giallorosso. Breve ma intenso: «Sì, purtroppo influì il problema fisico con cui ha dovuto convivere. Era impressionante, ricordo quando finiva la partita usciva dallo stadio trascinandosi la gamba».

Unico neo, forse, è stato proprio quello della durata della sua avventura a Roma, dove non è riuscito ad affezionarsi troppo: «Io bonariamente nel tempo gli ho rimproverato che era poco disponibile verso i tifosi. Anche se devo dire che è stato coerente, perché pure a Firenze, a cui è stato ovviamente legatissimo, era così, voleva la sua riservatezza. Non dico che devono essere tutti come Totti e De Rossi, però una volta ogni tanto... Anche perché qui ha avuto la soddisfazione di vincere, ha visto cosa significa riuscirci in una piazza così». Una piazza che ai giorni d'oggi sta vivendo un momento particolare, tra Coronavirus e qualche pensiero societario di troppo: «Sinceramente del campionato non me ne frega assolutamente nulla. Questo non è calcio, è una farsa. Il virus ha stravolto i valori, è il campionato del Covid-19 e dei furbi, nella migliore delle ipotesi. Chi vuole si metta lo scudetto sul petto. Pure se la Roma dovesse vincere l'Europa League non riuscirei a godermela come si deve. Il futuro? Finché non sento che Friedkin emette un comunicato in cui dice che è finita ci credo e ci spero. Ha manifestato determinazione e interesse, anche sotto pandemia. Pallotta vuole vendere, credo che il suo ciclo sia finito a prescindere dopo dieci anni».