Lo stadio mi manca. Tanto, tutto. Pure quello che alcune volte mi dava fastidio. Anche la fila. Che se ci penso adesso, quasi, ci uscirei di casa solo per andare a starmene, tutti incolonnati ma disordinati, un quarto d'ora sotto l'Obelisco per il primo filtraggio. Con gli amici ed un Borghetti in mano da finire prima del controllo, pena doverlo gettare. Giammai. E allora "'na bevuta, 'na calata", come se il liceo non fosse mai finito. Lo stadio, pensateci, è una interminabile serie di riti e rituali identici alla partita precedente, a quella successiva. Da anni, negli anni. Come quei cartoni animati che i bambini vedono cento volte perché sanno cosa aspettarsi senza mai rimanere delusi. Il ritorno dell'identico.
E così noi tifosi in quel tempio pagano. Con il risultato della partita unica variabile impazzita nel dare, anche, suspense ad una storia già vissuta, differente ogni volta ma sempre magnificamente uguale a sé stessa. A cominciare, ormai da molti anni, dal parcheggio su Viale XVII Olimpiade. Una interminabile camminata, come fosse un gioco di società: di casella in casella. Passando, a piedi, per la solita traversa. Contraria a quella del ritorno però. E torniamo ai riti, ai rituali, alle scaramanzie… Come quella del minimarket aperto h24 dove prendere, e bere, una birra. Per poi ripartire passando davanti una pizzeria al taglio, ad un bar, al tabaccaio e al forno. Attraversando, sempre nello stesso punto, verso Piazza Mancini. Lì, attaccato sulla rete di un campo da calcetto, lo striscione dei Fedayn tra un banchetto di sciarpe e un pulmino con la piastra che svampa. Tre Borghetti, cinque euro. Ponte Duca D'Aosta. Lato destro. Banco con sciarpe e bandiere. E via verso lo stadio passando davanti un altro pulmino che fa panini, l'ennesimo venditore di bandiere ed una bancarella con gli adesivi più disparati. Incrocio, semaforo rosso: si passa.

E ritorno al principio di questo racconto: la fila sotto l'obelisco. Finendo il Borghetti prima della perquisizione. Superati i cancelli ecco il frastuono dello stadio che comincia a farsi sentire. Lì, riflesso condizionato, inevitabilmente il passo segue il ritmo del cuore. E accelera. Arrivando, poi, al tornello. Controllo. Scalinata. Ecco, su come affrontare quella scalinata si potrebbe scrivere un trattato di sociologia analizzando i diversi comportamenti di tutti noi tifosi… ma preferisco, in questa occasione, strizzare l'occhio solamente ai sognatori: tutti quelli che non riescono a resistere alla tentazione di consumare quei gradini a due a due. Per far prima. Rimanendo accecati, ogni volta, dal verde smeraldo di quel prato teatro di mille partite, sogni, speranze, occasioni. Quelle scale fatte di corsa come un sub che vede il cielo e nuota più velocemente per riemergere e riprendere aria.
Ecco, sì… l'aria dello stadio manca, per davvero. A me, a te, a tutti noi. Manca così tanto che vorrei essere al mio posto anche solo per qualche minuto. Anche solo per ritrovarmi al centro di quell'inconfondibile brusio che c'è prima della partita, quell'adrenalina che ognuno di noi c'ha dentro e che scarica come meglio crede: chiacchierando, cantando, bevendosi una birra o cercando qualcosa sul telefono senza avere, mai, la sensazione d'averla trovata. Eccoli lì, guardali: sono i tifosi della ROMA. Donne, uomini, ragazzini ed anziani protagonisti, spesso inconsapevoli, di un canovaccio irresistibile, unico ma ripetibile, individuale ma collettivo, imprevedibile ma rassicurante. Perché "Passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua". Generazione dopo generazione.