Pallotta para i colpi. Non dev'essere un periodo semplice per il presidente e azionista di maggioranza della Roma. Quando sembrava chiusa ormai la sua avventura di imprenditore in Italia e si era definito praticamente tutto per il passaggio delle quote nelle mani di Dan Friedkin è successo il finimondo. E l'affare è finito in stand-by. Per colpa di chi? Del Coronavirus in larga, se non quasi totale, misura, come confermato nella semestrale del club giallorosso redatta a fine aprile. Pallotta ha seguito gli sviluppi dell'emergenza sanitaria mondiale in prima linea, sia con le lodevoli iniziative nel nostro Paese messe in campo con Roma Cares sia partecipando attivamente negli Stati Uniti allo sviluppo di un team di ricerca - il fascicolo è già all'esame della Casa Bianca, grazie alle relazioni altolocate dei proponenti - di un farmaco antivirus, come da lui stesso confermato nei giorni scorsi. Un'operazione in compagnia di una misteriosa cordata di grandi investitori, scienziati e manager sportivi, paragonata dal Wall Street Journal addirittura al "Manhattan Project", quello che durante la Seconda guerra mondiale portò allo sviluppo della bomba atomica.

Ora l'impatto del Covid-19, pur se considerato come un non-adjusting event nella semestrale della società, ha aggravato le previsioni sul futuro della Roma, o quanto meno ha evidenziato diverse incognite (anche agli occhi di Friedkin, che rimane alla finestra). C'è da definire se e come verrà conclusa l'attuale stagione e gli impatti economici in un verso o nell'altro. Quello che è certo è che Pallotta continua. A coprire finanziariamente, anche nell'ottica di cedere cercando di interrompere le perdite, oltre gli 89 milioni già versati (29 di conversioni di passività finanziarie e altri 60 entro il 31 dicembre 2019) e con vedute da continuità aziendale: «Dopo avere effettuato le necessarie verifiche - si legge nella relazione di revisione contabile limitata di Deloitte & Touche Spa del 30 aprile scorso - ed aver valutato le incertezze significative sopra descritte (mancati incassi da botteghino, diritti tv e mancata qualificazione alla prossima Champions, ndr), in considerazione della valutazione dei diritti pluriennali alle prestazioni sportive dei calciatori disponibili per il trasferimento a terzi, dell'entità delle plusvalenze sistematicamente realizzate negli ultimi esercizi, degli impatti positivi attesi dalla citata rinegoziazione degli stipendi, oltre che dell'apporto di ulteriori risorse finanziarie e patrimoniali da parte dell'azionista di riferimento, che in passato ha fornito supporto alla Società e al Gruppo ogni qualvolta ciò si sia reso necessario, nonché della valutazione circa il potenziale esito positivo delle interlocuzioni avviate per la ripresa del campionato, gli Amministratori hanno la ragionevole aspettativa che il Gruppo possa avere adeguate risorse per continuare l'esistenza operativa in un prevedibile futuro. Per questi motivi, essi hanno redatto il bilancio consolidato semestrale abbreviato al 31 dicembre 2019 adottando il presupposto della continuità aziendale». Fiducia, dunque, ma condizionata a un'uscita dalla crisi che eviti altre ingenti emorragie.

La class action

Dagli States, come se non bastasse il clima mondiale già alterato dalla pandemia da Coronavirus, è che un gruppo di piccoli azionisti della AS Roma SPV LCC, cui fa capo il controllo della Roma, vuole portare il presidente James Pallotta in tribunale. La notizia arriva dal sito law360.com, specializzato in legge e analisi finanziaria, che ha riportato anche la natura dell'azione legale intrapresa nello stato del Delaware presso la Chancery Court. Nessun commento ufficiale in casa giallorossa, ma secondo gli azionisti Daniel Feldman e Jonathan Wyatt Gruber che guidano l'azione, Pallotta avrebbe leso gli interessi dei soci di minoranza nella trattativa per la cessione della Roma al magnate texano di origine californiana Dan Friedkin, a loro parere estromettendoli dalla vendita: «Questo caso riguarda le persone che controllano la gestione quotidiana di una società che cerca di spazzare via gli interessi economici dei membri di minoranza dell'azienda attraverso una transazione nuda e autointeressata. L'impatto di questo cambiamento retroattivo è stato quello di garantire che, se la società fosse stata venduta, gli investitori di minoranza avrebbero ricevuto sostanzialmente meno soldi in cambio dei propri interessi».