Due ragazzini, al banco insieme. Vocali e consonanti, compiti in classe e scherzi a ricreazione, litigate e pallonate con gli zaini per terra, la maglia della ROMA e le sbucciature sulle ginocchia. E poi le prime feste. Quelle a casa, con il divano sistemato su un lato del salotto e il ciambellone della nonna al centro del tavolo. Mentre la scopa, di mano in mano, allontanava la ragazza più bella dal proprio ballo.
E quei due ragazzini ancora insieme, sempre insieme. A crescere e condividere le loro pulsioni tra pudore e risate, rossori e bollori di una adolescenza alle porte. Dopo aver chiuso, di porta, quella della scuola media per aprirne un'altra ancora: le superiori. Uno con il ciuffo ingelatinato, l'altro spettinato. Uno con la camicia di marca, l'altro in maglietta. Uno con i jeans strappati alla moda, l'altro perché consumati. Al banco insieme di mattina e nel pomeriggio con il talco sulla mano per far scorrere meglio la stecca da biliardo. Lì, per ore con gli altri amici, per ridere e stare insieme più che per giocare fino a che «Ci vediamo domani a scuola».

E via, di corsa a casa: uno con il motorino, l'altro in autobus. Uno in piscina, a sciare, al corso d'inglese, d'estate in Sardegna e poi, una volta fatto l'esame di maturità, al conservatorio. L'altro, no. No, niente. No, tutto. Perché se quando si è ragazzini un pallone da cinque euro riempie lo stesso pomeriggio le cose cambiano scollinato il liceo. Che però loro non hanno mai smesso di raccontarsi: dieci, cento, mille volte. Ridendo sempre come fosse la prima. E fregandosene delle etichette e, in particolar modo, di certe distanze sociali che la consuetudine propone ma che l'amicizia è capace di smontare anche grazie a storie nate a scuola, da bambini. Con il grembiule e le figurine in tasca: ce l'ho, ce l'ho, mi manca, ce l'ho…

Perciò aguzzate la vista, guardate bene. Aprite le orecchie, ascoltate. Perché quelli che vedete sono loro due, insieme, allo stadio. E quelle che sentite le loro urla. Tutto come dieci, venti anni prima. Come se il tempo si fosse fermato: insieme per la ROMA. Ieri spalla a spalla dietro al banco di scuola e ancora, oggi, su quei seggiolini. Con la sciarpa giallorossa anziché lo zaino. La Lupa invece del diario. Loro che, da ragazzini, vivevano con il pallone sotto al braccio per coltivare il sogno, un giorno, di poter giocare per la squadra della loro città. Loro che poi, inevitabilmente, hanno smesso di crescere per iniziare ad invecchiare dovendo riporre il sogno nel cassetto. Senza mai smettere, però, di sostenerla.
Perché alla ROMA non gliene frega niente se dirigi un'orchestra o consegni pizze, se ami una donna oppure un uomo. Se preghi Dio o Buddha. Il colore della tua pelle. Perché la ROMA attraversa le differenze, non sbatte sulle apparenze. E il Suv rimane parcheggiato accanto all'utilitaria. Regalando, ogni volta, a quei novanta minuti la possibilità di riportare indietro le lancette del tempo a quando, da bambini, il più ricco era semplicemente quello che nel suo pacchetto di figurine trovava Falcao. Divino.