Forza e coraggio: l'espressione di conforto e sostegno è stata rivolta almeno una volta più o meno a chiunque. Ma in questo tempo bastardo c'è chi ha tratto dalle due parole il significato più profondo, rendendolo tangibile. Sono quelli che la Roma ha ribattezzato con efficace sintesi "Heroes". Gli eroi di questi giorni: gli operatori sanitari che lottano per salvare vite e sconfiggere il maledetto virus. Giuseppe Albano è uno di loro: infermiere all'ospedale San Carlo di Potenza, dove qualche giorno fa la sua tuta di lavoro è stata adornata sulla schiena da un «Forza Roma!» scritto a penna: la foto è stata ripresa dal club e ha fatto il giro del web, catturando anche la nostra attenzione.

Giuseppe, come è nata l'idea?
«Leggevo delle splendide iniziative della Roma - che ha dedicato passaggi importanti a medici e infermieri - e mi sono sentito orgoglioso. Del lavoro che svolgo e della mia squadra del cuore».

Una passione forte la tua.
«Tifosissimo, come dinastia comanda. Tutti romanisti in famiglia: mio nonno, mio padre, io e ora anche mio figlio, che dopo aver visto la foto ha insistito per un bis».

Cioè?
«Ha 5 anni ed è pazzo di Dzeko. Mi ha detto: "Papà, metti la maglia di Edin al lavoro". E così sulla mia tuta è apparso anche il numero 9 col nome del nostro centravanti».

Sarà stato contento.
«Moltissimo. Lui sta diventando quasi più focoso di me. Quando andiamo sotto nel risultato non riesce a vedere la partita e cambia stanza, poi si riaffaccia di continuo e chiede: "ancora niente?"».

La Roma è molto presente nelle tue giornate, a casa e al lavoro.
«La giornata della foto si presentava molto difficile in reparto. Ho sentito i ragazzi con cui ho lavorato al Policlinico di Modena che volevano fare la stessa cosa: la nostra squadra ci dà la necessaria energia in questa fase. Allora ho chiesto alla mia collega di farmi quella scritta sulla tuta per caricarmi. Come se in quel momento avessi addosso la divisa della Roma».

Giuseppe Albano con la tuta protettiva

E cosa ti hanno detto gli altri?
«I colleghi sanno della mia passione e non erano stupiti. Il primo paziente da cui sono andato è un tifoso interista, ne ero a conoscenza e sono entrato mostrandogli la schiena: si è messo a ridere».

E quando la Roma ha ripreso la tua foto?
«Nemmeno lo sapevo. Ma il giorno dopo il mio profilo Twitter scoppiava di notifiche, tutti a chiedermi a chi mi fossi raccomandato per diventare famoso, ma io non avevo sentito nessuno, ho semplicemente citato nel tweet la Roma. E Dzeko, anche per mio figlio. La telefonata bella è arrivata dopo».

Di chi era?
«Del primario del reparto. Lui è juventino sfegatato, ma era commosso. In quel momento è stato un riconoscimento per il lavoro di tutti, indipendentemente dalla fede».

Un lavoro particolarmente complicato in questa fase.
«Molto. Sembra di lottare contro un fantasma. In ogni turno arrivano una quindicina di persone nuove. Purtroppo c'è stato anche qualche decesso».

Hai paura?
«Dico la verità: dovrei essere abituato, ma all'inizio della diffusione del virus è stato il sentimento prevalente. Poi è subentrato altro».

Cosa?
«Faccio l'infermiere da 18 anni, mi hanno insegnato a trattare i pazienti come genitori, figli, fratelli. Mi sono detto che non potevo abbandonarli, né lasciare soli i colleghi e i medici in questa guerra».

Ora il timore è scomparso?
«La paura resta forte prima di andare in ospedale, ma quando arrivi vedi come ti guardano e ti parlano: passa tutto e ti senti gratificato».

Siete le loro ancore.
«Posso dire che si sono creati rapporti quasi di amicizia, loro si fidano di noi: siamo gli unici contatti che hanno col mondo esterno, senza tv né telefoni».

Dev'essere ancora più dura per loro senza distrazioni.
«Lo pensavo anch'io, ma è il contrario: quando li avevano peggioravano psicologicamente. Non vogliono ricevere notizie, se non dei loro cari. Sono concentrati nel combattere e nell'ascoltarci. E noi a rotazione facciamo loro compagnia».

Riscontri miglioramenti?
«Ora siamo organizzati meglio. Prima si tendeva a ricoverare solo i casi disperati e far stare a casa gli altri. Adesso arriva chiunque abbia sintomi come febbre o tosse forte».

Poi come agite?
«Li sottoponiamo a tampone e se il medico lo ritiene opportuno anche a Tac. Entro tre ore arriva la diagnosi: se il paziente è negativo, viene dimesso ma va in isolamento domiciliare e dopo qualche giorno si fa un secondo tampone a casa».

Per non ingolfare i reparti?
«Esatto, ogni distretto effettua controlli a domicilio. Per ora i risultati sono confortanti: in un solo caso i familiari sono stati contagiati».

Il tuo reparto è pieno?
«Io lavoro al Pronto Soccorso, ma con l'emergenza sto in Obi (Osservazione breve intensiva), una sorta di ponte fra Ps e reparti, per non sovraccaricare la rianimazione».

Come funziona?
«I pazienti restano 4 o 5 giorni da noi sotto osservazione, per capire se si stabilizzano o peggiorano, poi vengono trasferiti in pneumologia o nel reparto malattie infettive».

Hai già avuto a che fare con altre epidemie?
«Sì, ricordo il periodo della Sars, ma nulla a che vedere con quello che viviamo oggi».

Da addetto ai lavori sei ottimista o la tua visione è negativa?
«La popolazione italiana sta rispondendo bene, c'è disciplina ed è un passo importante per uscirne. E al lavoro riscontro una grinta quasi inedita: siamo tutti concentrati, nessuno vuole mollare, ci scriviamo in continuazione anche da casa per avere aggiornamenti».

Un vero e proprio spirito di squadra.
«È l'unico modo per uscire vincitori da questa battaglia durissima».

E nella tua squadra c'è anche una divisa della Roma.
«Quella mi dà forza e orgoglio».