Attesa è la parola d'ordine. Chiusa? Aperta? Riaperta? Richiusa? La domanda è un altra: cui prodest direbbero i latini? La Roma non è ancora passata di mano. La pandemia di Coronavirus scoppiata nel mondo ha costretto le parti in causa americane, il magnate texano di origine californiana Friedkin e James Pallotta da Boston, a fermarsi in tempo per rivalutare l'operazione alla luce di quello che potremmo chiamare un nuovo ordine mondiale.

Sì, perché se qualcosa cambierà (parecchi equilibri, immaginiamo) quando il Covid-19 sarà finalmente arretrato non sarà la volontà di investire in Italia del Gruppo Friedkin, che ha speso mesi di valutazione nell'affare ed era andato spedito a fine anno per chiudere il deal. A due diligence in corso, poi, oltre alla cura quasi maniacale di ogni minimo dettaglio (anche del bilancio della Roma), dopo aver preso piede largamente in Europa, tanto da far saltare per aria (e non si sa ancora come atterrerà) il calcio, anche in America è arrivato il virus, con la stessa dinamica di preavviso di uno tsunami.

Proprio gli States si apprestano a dover gestire, complice anche il loro sistema sanitario, una crisi che si preannuncia pesante. In questo contesto, nefasto - sembra - più per le proporzioni di diffusione del virus e decessi correlati che per il reale impatto sull'economia, il mondo (prim'ancora che il calcio) sta facendo un passo indietro.

Non Friedkin, quanto al gentlemen agreement di dicembre con Pallotta. Anche perché nella diversificazione del business del suo gruppo subirà "meno" la crisi, ma di certo non butterà dollari dalla finestra. E Jim? Dopo aver confermato che l'affare è «sempre possibile» coprirà con senso di responsabilità e con logica (la Roma deve continuare ad avere valore per qualunque acquirente), fino a che non si troverà, se si troverà, il nuovo fair value.