Questo articolo è iniziato trentasei anni fa. Quando ero ancora un bambino con i capelli a caschetto e la spilla UR appuntata sul grembiule manco fosse una medaglia al valore. Trentasei anni fa, oggi: primo aprile come allora.

E quel ragazzino che si sveglia con la febbre. Sono sincero… fosse stato un qualsiasi altro giorno della settimana nessun dramma, anzi: niente scuola. Ed invece no, perché quello, di primo aprile, nel 1984 ebbe il torto di capitare di domenica. E quella domenica, allo Stadio Olimpico, c'era ROMA Inter. Maledizione.

Maledizione perché io, in quel periodo, ero uno di quei bambini con la fotografia tagliata male e appicciata peggio sul loro abbonamento ridotto. Abbonamento, come per gli adulti, fatto di foglietti numerati che il responsabile agli ingressi - un tipo alla spot Barilla per intenderci – ogni volta si spizzava velocemente per capire se lo stavi fregando o se eri piccolo per davvero.

Io, piccolo, lo ero per davvero. Ma non meno incazzato perché quella domenica, allo stadio, ci volevo proprio andare. Tanto che quella mattina la febbre, ancora lo ricordo, me la sentivo addosso come un adolescente la prima ubriacatura ma, proprio come lui, stavo zitto cercando di non dare troppo nell'occhio girando alla larga dai miei.

Fino a che, mia madre – perché alle madri non servono parole per saper interpretare un figlio – mi guardò un attimo, si avvicinò e, mettendo solo per un istante una mano sulla mia fronte, disse a mio padre: «Ha la febbre».

Avete presente quando un giudice sbatte il martello dopo aver dato la sentenza? Ecco, una cosa del genere. Perché poi, dopo quel «Ha la febbre», aggiunse pure che allo stadio di certo non sarei potuto andare. E sì che ci provai eh, eccome se ci provai. Insistendo dieci, venti, cento volte. Continuando, intanto, a misurarmi la febbre sotto al braccio (poteva andar peggio…) nella speranza di vedere la temperatura calare.

Macché, quella maledetta aumentava. Tanto che, ad un certo punto, anche mio padre, fin lì più possibilista, alzò bandiera bianca. E allora prese il giubbetto, uscì di casa e, dopo qualche minuto, ci ritornò con il giornale ma, soprattutto, dieci pacchetti di figurine dei calciatori. Quei pacchetti non erano altro che la conferma che, per me, ROMA Inter non sarebbe mai cominciata.

Già... perché, e lo scrivo a vantaggio di chi ha dimenticato come funzionavano e funzionano certe dinamiche, le figurine, per i bambini, erano e sono lo strumento consolatorio per eccellenza. E maggiore sarà il numero dei pacchetti acquistato più grande sarà il dispiacere che andranno a sanare. Ecco… diciamo che l'unità di misura dieci rappresentava il massimo.

Perciò niente stadio. Aggrappato alla radiolina per ascoltare la ROMA ed immaginare mio padre, con mia sorella e mio cugino, all'Olimpico ad esultare per il gol vittoria, su rigore, di Agostino Di Bartolomei. Una partita, quella, che tutti quanti negli anni avrebbero ricordato, anche, per lo striscione "Pellegrini lascia in pace Falcao" e per la parata, decisiva, di Franco Tancredi su tiro, anche quello dagli undici metri, di Evaristo Beccalossi.

Ed io, disdetta, a casa. Come adesso, mentre vi scrivo. Come voi, mentre leggete. Primo aprile come allora, trentasei anni dopo. Una vita. E, di nuovo, oggi a guardare il mondo dalla finestra ma, questa volta, senza vederci passare dentro nessuno. Che se quelle erano due linee di crescita… questo, invece, è un nemico terribile: per tutti. Eppure passerà. Con troppe croci e molte macerie sociali ma anche con la volontà, da parte di tutti gli altri, di riprendere a vivere con lo stesso entusiasmo con cui quel bambino sapeva esultare per una bomba tirata dal dischetto dal suo capitano.

Sì, passerà. Solo che adesso le figurine ho smesso di scartarle e devo solamente andarle a comprare. «Salve, mi dà dieci pacchetti di…».