«Annullare tutto e pensare al futuro». Marco Cassetti non ha dubbi su come ci si dovrà comportare da qui al ritorno alla normalità che, comunque, sarà profondamente diversa da quella a cui eravamo abituati. Sei stagioni con la maglia della Roma, un gol decisivo in un derby che è rimasto nel cuore di tutti, Cassetti con la sua famiglia, scoprendosi pure come ottimo opinionista radiofonico, ha vissuto a Roma fino al giugno scorso quando per motivi familiari è tornato alle sue radici, la provincia di Brescia, una delle zone più colpite da questa pandemia che sta sconvolgendo il mondo. Anche per questo, oltre che per un'amicizia che ci lega da più di dieci anni, lo abbiamo voluto sentire per farci raccontare come è la situazione nel cuore della tragedia.

Marco, come va?
«Io e la famiglia stiamo bene, ma certo la situazione dalle mie parti è allo stremo. È giusto parlare dei tanti problemi che si stanno affrontando a Bergamo, ma vi assicuro che anche a Brescia la situazione è drammatica».

Te stai proprio a Brescia?
«No, io sono a Desenzano, sul lago di Garda, un po' più lontano dalla zona più rossa che c'è, come per esempio Orzinuovi, il paese dove è nato Prandelli, lì so che la situazione è drammatica. Sto insieme a mia moglie e ai miei due figli. Sono chiuso in casa da un mese, sono uscito tre volte per andare a fare la spesa, per il resto ogni giorno, quando il tempo lo consente, mi muovo un po' nel giardino della nostra casa. Ma ci sono cose che non mi fanno stare bene».

A cosa ti riferisci?
«Quando sono in giardino guardo all'esterno e purtroppo vedo ancora troppe persone in giro. Capisco che sia duro rimanere confinati nelle mura domestiche, ma se proprio si deve uscire lo si faccia per andare a fare la spesa per una settimana, piuttosto che per andare soltanto per acquistare un pezzo di pane. La stella polare per tutti in questo momento deve essere quella di rimanere a casa. Solo in questa maniera riusciremo a uscire da questo incubo. E chi sgarra andrebbe punito».

Come?
«Non voglio esagerare, ma ho visto un video in cui in India le forze dell'ordine prendono a scudisciate sul sedere chi trovano per strada. Un po' come le sculacciate che ci davano le nostre mamme quando eravamo piccoli».

A Desenzano com'è la situazione?
«Difficile. Sono morte diverse persone. Alla bocciofila del paese frequentata da mio suocero, sono decedute otto persone. Per fortuna mio suocero nell'ultimo mese non c'era mai andato. Perfino io qualche volta ci andavo a giocare a bocce».

Le istituzioni del calcio come giudichi si siano mosse in questa emergenza?
«In ritardo. Mi rendo conto che in una situazione totalmente inedita come questa, non era facile prendere subito delle decisioni, ma impedire di giocare una settimana prima, sarebbe stato meglio».

Che effetto ti fanno le tante polemiche che ci sono a proposito di un'eventuale ripresa del campionato?
«Mi sembra di avere incubi quando le leggo o le ascolto. Roba da pazzi: qui la gente muore e si pensa di far ripartire il calcio giocato. Per come la vedo io, credo sia impossibile. In questa stagione mi sembra improbabile che si possa tornare a vedere una partita di calcio».

Si parla di una possibile ripartenza tra inizio e fine maggio
«Capisco che ci vogliano provare, ma non succederà. Ed è un discorso che vale anche per le coppe europee. Non si può dimenticare che la pandemia ha colpito tutta l'Europa, come si può immaginare di andare a giocare in Spagna, Francia, Inghilterra, tutti Paesi, oltretutto, che rispetto all'Italia viaggiano con diverse settimane di ritardo rispetto al contagio della popolazione?».

Qualcuno dice: c'è uno scudetto da assegnare.
«Dice male. Devono mettersi in testa che l'unica soluzione possibile è quella di annullare la stagione in corso. Ce ne faremo una ragione se per un anno non sarà assegnato lo scudetto».

E per la qualificazione alle prossime coppe europee?
«Vale la classifica maturata nelle ventisei giornate di campionato giocate. Pensare a soluzioni diverse, per me è una follia. Anche perché tornare a giocare vorrebbe pure dire andare a compromettere la prossima di stagione. Ora la priorità è risolvere la drammatica situazione che stiamo vivendo. Si potrebbe pure pensare a rinviare di qualche settimana l'inizio della prossima per consentire che la pandemia venga sconfitta una volta per tutte».

C'è il rischio però di un calendario che sarebbe troppo compromesso.
«Pazienza. Io ho giocato per due anni in Championship, la serie B inglese, è un torneo a ventiquattro squadre, sono quarantasei partite di stagione regolare, si parte a inizio agosto e si finisce a maggio. Con questo voglio dire che i tempi ci sarebbero per una stagione più compressa, magari prevedendo più turni infrasettimanali rispetto a quelli che già ci sono da qualche anno a questa parte».

Come affronteresti la questione economica che, inevitabilmente, coinvolgerà tutti i club professionistici?
«Un dato è certo. Da questa situazione usciremo tutti più poveri: dai club, ai dirigenti, agli allenatori, ai calciatori. Sarà necessario che tutti se ne rendano conto prima di pensare a come ridimensionare i danni».

Si parla di riduzione degli ingaggi dei calciatori.
«Se ne può parlare. A patto che si faccia come ha detto Galliani, che anche in questa occasione ha dimostrato di essere un grande dirigente».

E Galliani che ha detto?
«Che le società devono fare i conti delle loro perdite in percentuale e in base a questo conteggio poi la stessa percentuale dovrà essere il tot da tagliare negli stipendi dei calciatori. Facendo però dei distinguo».

Quali?
«Quando si pensa ai calciatori vengono sempre in mente quelli di Serie A, in particolare quelli dei campioni tipo Ronaldo che guadagna oltre trenta milioni di euro a stagione. Ecco, Ronaldo non può essere equiparato a quei calciatori di serie B e Lega Pro che guadagnano trentamila-quarantamila euro a stagione».

E per il futuro che soluzione ci potrebbe essere?
«È chiaro che i danni di questa pandemia ce li porteremo dietro per qualche stagione. Una soluzione, magari parziale, potrebbe essere di fissare un tetto salariale, un po' come fanno nella Nba».

Marco a presto, ti aspettiamo a Roma.
«Contateci. Roma è casa mia, appena sarà possibile mi vedrete nella Capitale. Da parte mia, posso invitarvi dalle mie parti. Uniti si vince».