È finita bene per la Roma. Ma è finita con una squadra con quattro punte e tre soli difensori protesa all'attacco, alla ricerca almeno del gol che autorizzasse un finale d'assalto, e un'altra con cinque difensori, due interni di centrocampo davanti alla difesa e due attaccanti esterni a correre all'indietro per non subire quel gol. L'aspetto curioso è che la prima era la squadra sulla carta più debole, ma anche quella che ha prodotto di più nella gara (addirittura 22 tiri verso la porta) e la stessa che alla fine pensa di essere stata eliminata ingiustamente dal pareggio che è uscito sul campo dopo la sconfitta di misura dell'andata.

Così tra il Gent e la Roma sono i giallorossi a passare agli ottavi dell'Europa League, ma a fine partita sono di Thorup, il tecnico danese dei belgi, le lamentele più grosse, e di Fonseca, l'allenatore portoghese della Roma, le parole di giustificazione per una prestazione non all'altezza delle aspettative. La Roma ha sofferto e ha sofferto troppo, non ha giocato quasi mai come aveva detto il tecnico alla vigilia («a palleggiare nella loro metà campo») e deve ringraziare soprattutto tre giocatori se alla fine ha passato il turno: Kluivert che ha segnato il gol del pareggio dopo l'iniziale vantaggio di David (un ventenne da seguire), Mkhitaryan che ha cantato e portato la croce anche in nome di molti suoi compagni in difficoltà e Pau Lopez che ha chiuso la porta nella ripresa bloccando ogni conclusione senza mai farsi sfuggire la palla, nonostante l'umidità e il terreno infido e fangoso.

Ma già nel primo tempo la Roma ha scherzato col fuoco, forse perché un'occasione maturata dopo 48 secondi deve aver fatto pensare a qualcuno che il compito fosse più facile del previsto e invece poi si è dimostrato complicato e persino arduo, quando a metà del tempo il Gent si è ritrovato in vantaggio, peraltro meritato. Fonseca aveva dato fiducia all'assetto tattico che aveva funzionato con il Lecce (con Veretout ad aprirsi a destra in prima impostazione e i terzini altissimi) e agli uomini che in qualche modo erano stati annunciati, con Spinazzola preferito a Santon non al meglio e comunque in panchina (e dentro dal 67' per rimettere ordine su una fascia colabrodo), Kluivert a Perotti (neanche in panchina per via di un malessere gastrointestinale), Perez a Cengiz e ovviamente Mkhitaryan a trequarti ad ispirare e cucire ogni azione, con lucidità e efficacia.

Dietro Mancini per logiche di turn over è stato preferito a Fazio (l'argentino giocherà a Cagliari perché l'ex atalantino è squalificato) ed è sembrato l'anello debole del dispositivo difensivo, mentre Kolarov ha giocato col solito freno a mano tirato. Eppure l'occasione buona ce l'ha avuto lui proprio in apertura, con una bella azione corale giallorossa rifinita dall'armeno per il serbo, il cui diagonale ha scheggiato il palo alla sinistra di Kaminski. Thorup se l'è giocata invece come all'andata, con gli interni del centrocampo ad aprirsi in impostazione e davanti Bezus ispirato trequartista a servizio di Depoitre (il Riganò delle Fiandre) e soprattutto David, la stellina canadese classe 2000 che a un certo punto ha fatto sognare i quasi 20.000 spettatori infreddoliti della Ghelamco Arena.

Perché dopo l'occasione al primo minuto, la Roma si è subito adeguata al palleggio avversario e si è inevitabilmente abbassata, lasciando costruire sulla trequarti le manovre che via via si sono fatte più pericolose. E proprio David ha provato più volte la via della rete, rimpallato prima da Mancini, poi da Smalling, finché non ha trovato la strada sgombra: è capitato al 25', con un lancio leggibile di Bezus da destra e il canadese a scivolare furtivo tra Mancini e Spinazzola e a deviare di piatto proprio davanti a Pau Lopez, incolpevole. L'allarme è allora risuonato forte, perché inevitabilmente i blu di Thorup si sono sentiti più spavaldi e per qualche minuto hanno spaventato i bianchi di Fonseca.

L'impasse si è risolta grazie a Mkhitaryan e Kluivert che al primo varco utile hanno sfruttato la transizione (proprio quello che temeva Thorup alla vigilia), con una splendida verticale dell'armeno sulla corsa dell'olandese, bravo poi ad infilare l'angolino stretto tra l'uscita di Kaminski e il recupero tentato da Ngadeu. Ovviamente a quel punto la partita è cambiata, anche se appena due minuti dopo con una rapida girata di David che ha sorpreso ancora Mancini i locali hanno sfiorato il gol del 2-1. Ma poi Mkhitaryan e Dzeko hanno avuto le palle giuste per chiudere in anticipo la questione qualificazione, senza fortuna. Perez invece ha continuato un po' a girare a vuoto, in questa strana altalena - sua e di Ünder - al ritmo di una partita ottima e una moscia.

Nel secondo tempo non sono arrivati gol, ma la Roma ha sofferto troppo senza mai riuscire a opporre il suo palleggio. Solo Odjidjia, un interno forte fisicamente e tecnicamente apprezzabile, ha tirato sette volte verso Pau Lopez (il destro in forbice al 20' è sembrato bucare il portiere, ma la palla ha sfiorato il palo) e ci hanno provato anche David, Kums e via via tutti gli attaccanti della rosa che Thorup ha messo dentro, togliendo un attaccante, un trequartista e persino un difensore, per un 334 totale a trazione anteriore che forse ha finito per lasciare spazi che i giocatori della Roma, stremati alla fine, non sono stati in grado di riempire. Il Gent ha cercato spesso la giocata centrale, con i due attaccanti sempre molto vicini e l'appoggio dei trequartisti, alla fine anche con il supporto esterno di Chakvetadze e Niangbo.

La Roma ha sempre faticato a leggere preventivamente queste combinazioni e pigramente ha rinunciato quasi aprioristicamente al palleggio dal basso. La prima volta che Mancini e Smalling si sono prestati a ricevere il passaggio dal portiere, al 25', la Roma è arrivata rapidamente dalla parte opposta, costruendo una buona occasione da gol. Segno che il margine per aggirare le pressioni avversarie c'era, ma non è stato utilizzato. Alla fine è bene quel che finisce bene, ma c'è ancora molto da lavorare. E con la stanchezza accumulata, non sarà facile imporsi dopodomani a Cagliari.