Fin dal primo giorno, quando è arrivato a Trigoria, Paulo Fonseca ha fatto dell'equilibrio un filo conduttore. E non lo ha perso neanche dopo questo inizio di 2020 da incubo. Il tecnico giallorosso dopo la sconfitta di Bergamo è apparso fra i più (sorprendentemente) ottimisti per il prossimo futuro della Roma. Dalle dichiarazioni pubbliche fino alle confidenze private. Con chi gli è più vicino e con la squadra, già in parte applaudita quanto meno per un primo tempo ordinato nelle interviste post partita alle tv.

Che la gara con l'Atalanta fosse complicatissima e che quella allenata da Gasperini fosse squadra più collaudata e fisicamente una bomba si sapeva. Quello che però ha sconcertato un po' tutti è che i nerazzurri hanno vinto la partita in dieci minuti perché alla compagine guidata da Fonseca è mancato parecchio dal punto di vista dei dettagli. Anche i più spiccioli, come un appoggio a cinque metri di distanza o la "tigna" di combattere su una serie di rimbalzi in area di rigore (il gol di Pasalic, prima ancora che una prodezza del croato è un regalo infiocchettato dei calciatori della Roma coinvolti in quel fazzoletto di campo). 

Ma su questo il tecnico portoghese nato in Mozambico è convinto di poter lavorare. E su questo, anche al netto di letture sbagliate e errori che pure ha commesso in stagione, assumendosene la responsabilità, deve dare di più. «Sulla testa dei giocatori», che certamente l'hanno deluso ultimamente, ma è lì che c'è da fare ancora di più.

Perché l'undici titolare del Gewiss Stadium, non aveva mica sfigurato nel primo tempo della gara di sabato sera. Anzi, la banda Gasp non è che avesse avuto chissà quali sprint, a parte Gomez a tu per tu con Pau Lopez e il gol sventato dal portiere spagnolo. Piuttosto c'erano stati segnali di nervosismo dell'allenatore nerazzurro in primis e di distrazione, come nel caso di Palomino che si addormenta davanti al pur perseverante pressing di Edin Dzeko, per il provvisorio vantaggio.

Troppo poco però. Troppo fragile (ancora) la squadra che, contrariamente a ogni inerzia del football e a quella regola non scritta che un gol alla fine del primo tempo è una stangata per l'avversario, ha rimesso in gioco l'Atalanta con un inizio di secondo tempo molle e spaurito.

Troppo fragile (ancora) un gruppo che appena ottiene una certezza la perde in pochissimo tempo, da una settimana all'altra, come accaduto nel derby tra l'1-0 e il pari e tra il derby e Sassuolo-Roma o tra Dzeko e Palomino, che ha rimediato all'errore che ha determinato il vantaggio giallorosso con la complicità di Spinazzola fuori dalla marcatura su un calcio piazzato.

Più di un motivo per crederci

Eppure Fonseca ci crede, perché sente la squadra con sé. Come accaduto dopo Sassuolo-Roma (in quella occasione però i giocatori furono mandati a casa) si è pensato di rientrare a Trigoria per la notte, cosa che accade talvolta in occasione delle trasferte dalle quali si rientra molto tardi. Nulla di punitivo, perché il portoghese, che è stato anche calciatore, non ama il ritiro silenzia-piazza o i metodi coercitivi.

Anche per questo ha un ottimo rapporto con la squadra, molto franco con tutti: che non vuol dire che non si arrabbi mai, ma in una parola "autorevolezza". Per questo Fonseca ha sentito i suoi ritrovati, anche se non completamente. Ma è convinto che la squadra possa ripartire fin dalla partita di giovedì con il Gent in Europa League, altro obiettivo stagionale da perseguire e per il quale Paulo da Nampula non vuole affatto gettare la spugna. Così come per la corsa alla Champions.

Il doppio confronto europeo a distanza di una settimana, anzi, può essere la prima scossa di una ripresa. Arriverà nel mezzo il Lecce all'Olimpico. Ci sarà bisogno di tutti gli effettivi e di concentrazione, molta. Quella che è mancata anche a Bergamo dove pure è stata una sconfitta diversa dalle altre.

Lo sa pure la squadra, che in estate si è subito innamorata di questo allenatore tranquillo, disponibile con giovani e meno giovani. Che qualcuno dentro Trigoria addirittura già vedeva in futuro al Real Madrid dopo i suoi primi passi romani. Che ha convinto prima di tutto i giocatori, attraverso l'organizzazione data alla squadra, che si poteva pressare con intensità, giocare alto, proporre e produrre.

Che ha tradotto tutto questo in numeri, quelli che avevano consentito alla Roma di finire il 2019 in piena zona Champions e con un vantaggio di 4 punti sulla squadra che adesso ne ha 6 di più. Lecce, Bologna, Udine, Milano sponda Inter e Firenze in trasferta, Milan e Napoli in casa i punti più alti nelle prestazioni. Al suo primo anno in Italia, con una rifondazione ancora da compiere del tutto e un periodo di adattamento fin troppo rapido, Fonseca, tamponando (fino a Natale) una media di 6 giocatori indisponibili a partita, aveva convinto tutti. Anche quelli che adesso ne chiedono (già) la testa, come da abitudine nella Capitale, dimenticando che a inizio 2020 la Roma ha anche perso due giocatori che non si regalano facilmente come Zaniolo e Diawara e che il mercato di gennaio, per stessa ammissione del ds Petrachi, è stato deficitario per cause di forza maggiore societarie.

Ha commesso errori anche lui, ma non può essere diventato un allenatore di seconda categoria in un mese e mezzo, Paulo Fonseca, non può essere questa la sua Roma. Sia pure in discussione come tutti nel calcio, ma non sia un alibi per nessuno. Che ritrovi presto il coraggio a cui aveva abituato tifosi e critica, lavorando con equilibrio e sull'equilibrio. Anche oggi, come il primo giorno.