Dicono che sia un figlio legittimo di Zeman. Dicono sia un integralista. Dicono che le sue squadre prendono sempre gol. Dicono che organizza un linea difensiva troppo alta. Dicono che prima o dopo il fuorigioco lo punirà. Dicono un sacco di altre di altre cose. Dicono, soprattutto, un mare di cacchiate a proposito di Eusebio Di Francesco. Forse perché qualcuno ha suggerito che di questa Roma bisogna parlarne male. A prescindere. E la cosa non può certo trovarci d'accordo.

I fatti dicono il contrario

I fatti, almeno per ora, stanno dicendo il contrario. Non ci fossero stati quei maledetti venticinque minuti finali contro l'Inter, neppure quelli a prescindere, avrebbero potuto sostenere la tesi di una Roma con una difesa incapace di difendere, vero punto debole di una squadra che con i troppi gol presi ha dovuto sempre fare i conti. Fin qui i discepoli di Di Francesco hanno giocato quattro partite ufficiali, tre in campionato e la prima nel girone di Champions contro l'Atletico Madrid. In tre di queste quattro partite, Alisson non è mai stato costretto ad andare a prendere il pallone nella sua rete. Certo, soprattutto contro gli spagnoli, il brasiliano ci ha messo parecchio del suo, ma come ha detto Diego Simeone al termine di quella partita, il portiere fa parte di una squadra, perché sorprendersi che faccia il suo mestiere? L'organizzazione difensiva, poi, per funzionare ha bisogno che certi movimenti, soprattutto se nuovi, debbano essere ripetuti fino alla noia, per diventare automatici, senza bisogno cioè che i protagonisti debbano pensare a quello da fare una volta che sono in campo. In questo senso il lavoro di Di Francesco non è stato semplice. Un po' per una preparazione estiva che non è più quella di una volta. Un po' perché i difensori sono arrivati in tempi diversi. In ritiro il tecnico ha avuto a disposizione Bruno Peres e Juan Jesus e soltanto il secondo, considerando la rosa, può essere assimilato a un titolare. Un po' perché, fin qui, difficilmente Di Francesco ha potuto mandare in campo la stessa linea difensiva. Finora gli intoccabili, sono stati Alisson, Kolarov sulla corsia sinistra (sperando che Emerson Palmieri torni a essere presto un'alternativa importante) e Manolas nel ruolo di centrale di destra (il greco contro il Verona è sembrato tornare ai suoi migliori livelli). Tre i giocatori, invece, che si sono alternati sulla corsia destra, prima Bruno Peres, poi un improbabile (in quel ruolo) JuanJesus, infine,e finalmente, Florenzi tornato in campo dopo quasi un anno di forzato riposo. Mentre al centro, in coppia con il greco,si sono alternati Jesus e Fazio.

La tattica del fuorigioco

Prima che iniziassero le partite ufficiali, le amichevoli estive avevano allertato un po' tutti per una linea difensiva alta fin quasi a centrocampo e per una tattica del fuorigioco che la Roma non si faceva mai mancare. Troppo rischioso, si diceva. Per carità, il rischio c'è, se non altro perché basta sbagliare i movimenti una sola volta, per ritrovarsi un avversario a tu per tu con Alisson. Eppure non è mai successo. Ogni volta che la Roma ha provato a mettere in fuorigioco un avversario, c'è riuscita. Per capire meglio, basta andare a ricontare le volte che, contro il Verona, Kean si è visto sventolare la bandierina del fuorigioco grazie a un guardalinee che non ha sbagliato niente. Tutto questo non dopo anni di lavoro, ma avendo alle spalle soltanto poche settimane tutti insieme. Se la Roma riuscirà a metabolizzare ancora meglio le direttive del suo allenatore, non subire gol potrà rivelarsi una piacevole abitudine. Anche perché non è vero che le squadre di Di Francesco hanno sempre incassato valanghe di gol. Due anni fa, il Sassuolo ne incassò addirittura uno in meno della Roma. Con Cannavaro e Acerbi.