Solare, elegante, vera. Non servono giri di parole per descrivere Amra Dzeko, moglie di Edin, centravanti della Roma. Perché fuori da ogni retorica, la mamma di Sofia, Una e Dani è una donna popolarissima in Bosnia, suo Paese d'origine, e in Italia, nella Capitale in particolare, ma di una semplicità disarmante. Qualcosa che, seguendo le sue attività e i suoi social network, pieni di bambini, famiglia, sorrisi, sport e cani, t'aspetti anche, ma che finché non le incroci lo sguardo e ci parli delle cose della vita non ti sembra fino in fondo possibile. Normale, gentile, la salutano tutti e saluta tutti al Fred Caffè di Casal Palocco, dove è di casa e dove l'abbiamo incontrata per farci raccontare il suo impegno sociale, il suo rapporto con la città in cui si è sposata e dove sono nati due dei suoi figli e qualcosa in più sul diamante di Sarajevo che la Roma ha acquistato nel 2015.

La dignità oltre il conflitto

Già, Sarajevo. La città natale dei coniugi Dzeko, il luogo dove torneranno a vivere quando la carriera da calciatore di Edin terminerà, alla quale entrambi sono legatissimi e dove il numero 9 giallorosso, con la sua immagine pulita di ragazzo partito da giovanissimo e pieno di speranze che ruotavano attorno a una palla e ora realizzato, è un "mito", ben oltre il football. Una seconda madre, la Bosnia, segnata certamente dalla guerra degli Anni Novanta, ma che ha voltato pagina con dignità, all'insegna della fratellanza e dell'accoglienza. E che Amra, così come Edin, vogliono far conoscere oltre il conflitto e i luoghi comuni: «Quando hanno inaugurato il volo diretto Roma-Sarajevo - spiega Amra - sono stata testimonial della nuova tratta: volevo far conoscere la mia città agli italiani. La gente non conosce tante cose di Sarajevo o della Bosnia. Mentre magari sanno tutto di Medjugorje, di Edin o della guerra. È una città multiculturale e internazionale, nel giro di pochi metri hai la chiesa cattolica, la chiesa ortodossa, la sinagoga e la moschea. E dal punto di vista artistico e architettonico è un mix di culture, viste le varie influenze, austro-ungariche e ottomane, che abbiamo avuto. In tanti l'hanno visitata e sono rimasti sorpresi, è un piccolo museo all'aperto. I bosniaci sono un popolo molto ospitale e in tanti vogliono tornare proprio per le persone che hanno incontrato».

E per l'atmosfera magica che si coglie arrivando dalle montagne intorno alla capitale bosniaca. Quando è iniziata la guerra Amra aveva 7 anni, le persone care perdute, i ricordi e i segni restano, anche se «quando sei bambino la vivi in maniera diversa»: «Non riesco a immaginare come sia stato per i nostri genitori, con i bambini piccoli e senza cibo o acqua. Mancava un po' tutto. Tutti i giorni ti svegliavi e non sapevi se saresti sopravvissuto. Mia mamma è il mio idolo, è la persona più forte che conosco, andava sui monti intorno a Sarajevo per raccogliere l'acqua o la legna per riscaldarci. Una parte la vendeva, così con i soldi raggiungeva una zona fuori Sarajevo in cui potevi comprare qualche prodotto come latte o uova fresche. Certe volte non tornava anche per due giorni. Noi abitavamo nella città vecchia, usava il tunnel della speranza per raggiungere l'altra parte della città. Un giorno, in occasione del compleanno di mia sorella portò dei grissini e dei dolci. Abbiamo sempre festeggiato i compleanni, anche durante la guerra. La gente di Sarajevo ha sempre avuto questa positività anche nei momenti peggiori. Noi siamo rimasti sotto terra quasi per tutto il tempo della guerra. La nostra casa era molto vicino a una zona molto rischiosa. Stavamo in una specie di corridoio lungo circa 30 metri insieme ad altre 3 famiglie che non sapevano dove ripararsi. Ma ricordo che si cantava sempre, perché mio zio che è musicista suonava l'armonica».

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❤️ Sarajevo će biti, sve drugo će proći... #sretanrodjendan #grademoj #Sarajevo ❤️

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Anche adesso che ha 35 anni, le è rimasto un po' di «fastidio» per i fuochi d'artificio: «Non ho paura, ma è una cosa che mi ricorda il rumore degli spari o lo scoppio di bombe vere, perché all'epoca tutti i giorni ero costretta a sentirlo». Eppure c'era anche tempo per «i giochi che si facevano senza avere niente» o per i bei ricordi: «Una volta a settimana - continua Amra - ci arrivavano le lunch box delle Nazioni Unite e andavo matta per un piccolo sacco di burro d'arachidi. Una specie di zucchero in polvere che certe volte mia mamma e la mamma di Edin usavano per dare colore ai dolci fatti in casa e per fare una sorpresa a noi bambini».

La Bosnia e la responsabilità

Anche oggi nel suo Paese la situazione non è semplice, «c'è la sensazione che non cambi niente dal punto di vista politico o economico. Tanta gente è costretta a lasciare la propria casa per trovare un futuro migliore». E nella Bosnia moderna Amra ha incontrato Dzeko: «La conoscenza l'abbiamo approfondita quando io lavoravo a Los Angeles. Lui è venuto lì in tournée con il Manchester City per tre settimane. È stato lui a corteggiarmi, siamo ancora tradizionali... (ride, ndr)».

Anche Edin da piccolo ha vissuto la guerra, «ha sempre lavorato riuscendo a trasformare tutto ciò che c'era di negativo in positivo e crescere senza piangersi addosso. Per la gente, soprattutto per i bambini, è l'esempio che niente è impossibile e che anche durante i momenti peggiori le cose possono migliorare». Per questo in famiglia si respira la consapevolezza di una responsabilità: «Io sono andata a 16 anni a Parigi a lavorare e nel 2010 sono andata a Los Angeles da sola con una bambina di 6 anni. Lì la mia carriera da modella e attrice è stata al livello più alto. Ho vissuto 5 anni bellissimi. Ogni volta che ero sul set o che facevo un evento sentivo sempre di rappresentare tutta la Bosnia».

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To forever laughing like this.. 🥂♾ #1101 #weddinganniversary

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Come adesso, che da una posizione privilegiata si occupa di chi è meno fortunato: «Sento che è una cosa che devo fare perché tutti possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo. Sto lavorando con la fondazione Srce za djecu (Cuore per i bambini) in Bosnia per i bambini malati di cancro. Il progetto "I miei capelli, i tuoi capelli" è nato perché una mia amica truccatrice un giorno mi stava lisciando i capelli e mi ha detto: "I tuoi sarebbero perfetti per fare le parrucche per i bambini malati". Così le ho detto: "Ok, la prossima volta che vengo andiamo a tagliarli". Poi abbiamo realizzato Roditeljska kuca (La casa dei genitori): dieci stanze-appartamento per famiglie che devono stare vicino ai bambini che si curano a Sarajevo, venendo da fuori. Ci sono tanti genitori che non hanno soldi per le cure e lasciano tutto per stare vicino ai bambini. Questi genitori sono dei guerrieri...».

Pausa. Un sospiro. Amra si ferma e i suoi occhi diventano lucidi. Vorrebbe piangere le lacrime di tutto il mondo e fa un'altra pausa: «Ricordo una mamma che era incinta: ha partorito, ha lasciato il figlio alla suocera ed è andata al piano di sopra per stare accanto all'altro figlio malato di leucemia. Per loro è molto importante sapere che noi siamo lì con loro. Magari non puoi aiutare con i soldi, ma puoi aiutare con la presenza. Anche perché ogni settimana si sente di un nuovo bambino malato che deve lottare contro il cancro. Per fortuna la gente in Bosnia è molto empatica e si mette subito a disposizione per aiutare e per donare. Per questo io mi sento molto responsabile e voglio stare in prima linea, in pubblico, per dare vita a queste iniziative perché la gente deve avere l'opportunità di aiutare. Tutti ci sentiamo benissimo quando abbiamo la possibilità di aiutare». Anche per questo Amra sta trasmettendo ai figli i suoi valori e Sofia, la figlia grande, è già coinvolta in alcune iniziative benefiche: «Lei ha 16 anni, quasi 17. Studia in una scuola americana all'Aventino e fa la volontaria in un'associazione che si chiama "La casa di Andrea". Lavora con i bambini malati e nelle occasioni speciali aiuta e prende parte ad alcuni spettacoli. I bambini seguono gli esempi che vedono quindi è importante fare queste cose».

Se vuoi essere felice, insomma, fai le cose semplici. E resta coi piedi per terra. Il successo, infatti, non ha cambiato l'esistenza di Amra e di Edin, che nella vita di tutti i giorni non hanno nulla dei divi: «Siamo cresciuti in famiglie normali. Noi abbiamo un ménage molto semplice, molto normale. Anche le altre mogli dei calciatori che ho conosciuto qui sono molto semplici. Posso dire che ho delle vere amiche tra di loro. Ci vediamo spesso, soprattutto con quelle che abitano in zona. Ci confrontiamo sui bambini, sulla famiglia o sulla vita. Non parliamo solo di borse, come chi ha pregiudizi può pensare».

Che poi anche le borse fanno parte della vita e anche per assecondare una sua passione, quella della moda, Amra ha aperto un negozio on line, Orea bazaar (www.oreabazaar.com), che sostiene l'economia domestica: «Da noi in Bosnia ci sono tanti artigiani. C'è tanta gente che da un hobby ha messo in piedi una società. Per ora sono soprattutto produttori bosniaci ma ci vogliamo allargare anche a Serbia e Croazia. È una piattaforma on line in cui i gli artigiani mettono i loro prodotti. Noi abbiamo fissato dei parametri per essere sicuri che siano tutti originali, fatti a mano in Bosnia. In questo modo li facciamo circolare per il mondo facendo conoscere i nostri produttori. Stiamo organizzando anche degli Art Market in modo che le persone possano conoscere gli artigiani anche di persona. Abbiamo lavorato con la città di Sarajevo, dove il nostro sindaco è molto presente e ha visto quanto questo progetto sia positivo per la nazione. Vogliamo rendere Sarajevo il centro culturale della regione. Per questo vogliamo tornare a casa quando Edin terminerà la sua carriera perché abbiamo tanti strumenti per aiutare concretamente».

La Roma di Amra

Ma c'è ancora tempo, non solo perché Edin ha da poco rinnovato con il club giallorosso, ma anche perché la magia della Città Eterna ti rapisce e difficilmente te ne vuoi staccare: «I tifosi mi amano perché pensano che siamo rimasti a Roma per "colpa" mia. Ci sono state due occasioni, prima col Chelsea e poi con l'Inter, ma noi stiamo bene qui. Le decisioni le prendiamo insieme, ma quando si tratta di calcio è Edin a decidere. Noi adoriamo Roma, tutti: io, Edin e i bambini. Specialmente Una, lei è pazza di Roma. Anche quando andiamo in vacanza lei dice: "Voglio tornare nella mia Roma". Noi qui stiamo benissimo. C'è un bel clima e poi c'è tanto verde. Poi la gente è molto simile a quella bosniaca. Sono tutti molto calorosi. Qui nel nostro quartiere la gente è abituata a vederci, in centro è un po' più difficile. Io adoro il centro ma sono felice di vivere qui (a Casalpalocco, ndr). Senza figli vivremmo sicuramente al centro, ma con i bambini è difficile. Io vado in centro spesso, ma senza Edin. Lui se deve andare si copre con cappello e occhiali da sole, anche di sera certe volte. Il problema è che lui è alto (ride, ndr), basta che lo riconosce qualcuno e arrivano gli altri. I romanisti sono molto passionali, ma è una cosa bella. Lui ha molta pazienza, non so come fa certe volte. Magari qualcuno mentre sta mangiando, lo riconosce e gli salta addosso per abbracciarlo e lui non fa una piega, però lo capisco perché è tutto amore per lui. Per fortuna abbiamo girato la città prima che lui diventasse un giocatore della Roma, quando era ancora al Manchester City. Una volta hanno avuto quattro giorni liberi e abbiamo deciso di venire da turisti, non era ancora in programma il suo trasferimento. Abbiamo girato la città a piedi. Ci sono tanti posti bellissimi. Infatti dico a mia figlia Sofia che lei è fortunata perché qui può toccare con mano la Storia e le cose che sta imparando a scuola. Cosa farà da grande? Vuole fare l'avvocato».

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Family 🍀 📸 @lauragozziphotography 💫

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La città e la Roma. Il calcio. La grande passione della famiglia Dzeko: «Edin vive il calcio ventiquattro ore al giorno. Guarda le partite di tutti i campionati, conosce tutti i giocatori. Ti sa dire dove ha giocato quel calciatore, quanti gol ha segnato, ti sa dire tutto, è la sua vita». Anche per questo a fine carriera rimarrà nel mondo del pallone: «Penso proprio di sì, è troppo appassionato, ma non so con che ruolo. È concentrato sul presente, ma anche adesso che si sente ancora calciatore sta studiando per il futuro. Non so per quanti anni ancora giocherà, è forte e si sente bene. Devo dire che è anche migliorato nel corso degli anni, adesso ha un'altra maturità mentale. In questo è molto forte. Fa una vita molto regolare: mangia bene e si riposa. Ne ha bisogno, ha un sonno molto leggero e qualche volta dormo con i bambini per evitare che lo sveglino. È molto fissato su queste cose».

Ha trasmesso questa passione anche ad Amra e ai suoi figli: «Dani è pazzo per il calcio, dorme con la palla della Roma. Certe volte non capisco come un bimbo di due anni possa già amare così una squadra come lui ama la Roma. Appena si sveglia chiede sempre a Edin di giocare». E il bomber giallorosso è molto competitivo, anche quando gioca contro un bambino: «Mamma mia… Penso che tra qualche tempo non lascerà vincere neanche Dani. È troppo competitivo, ma è una cosa molto importante per un calciatore».

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Si ricomincia.. daje ragazzi!! 💪🏼💛❤️ #forzaRoma #9

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A casa Dzeko si parla bosniaco e un po' in inglese. I bambini però vanno alla scuola italiana perché Amra e Edin vogliono che imparino bene a parlare italiano: «L'inglese avranno tempo per impararlo. Una poi parla già con l'accento romano. Ha il mio carattere, è sempre a mille. Dani invece ha preso dal padre, è un bambino tranquillo, dove lo metti sta e quasi non lo senti, ama andare allo stadio e lì si scatena, quando posso li porto sempre. Se vado con loro però non posso guardare bene la partita perché vanno ovunque. Io prima non guardavo il calcio ma da quando sto con Edin mi è entrato sotto la pelle, d'estate mi mancano le partite».

Non si fa in tempo a finire la frase, quando la domanda è sulla partita più bella: «Barcellona, mamma mia… Il suo gol più bello è quello con il Chelsea a Londra, ma l'ho guardata in televisione. Ma nella partita con il Barcellona sono stata 90 minuti in tensione, pensavo che il cuore mi esplodesse. Certe volte mi dicono che è solo una partita di calcio, ma per noi non è solo una partita: è tutta la vita. Poi Edin se perde quando torna a casa resta incavolato per giorni». E chi più di noi può capirlo, noi che da bambini, come Dani Dzeko, eravamo già così pazzi per la Roma.