Chissà cosa ne sarebbe stato, di Francesco Totti, se ancora diciannovenne si fosse trasferito alla Sampdoria? Magari avrebbe passato vent'anni della sua carriera in blucerchiato, oppure da Marassi avrebbe spiccato il volo verso altri lidi, verso il Santiago Bernabeu o il Meazza, che si sono dovuti invece accontentare di trovarselo di fronte da avversario e che ciononostante hanno finito per applaudirne le gesta. La verità è che con i colori blucerchiati Francesco Totti ha sempre avuto un feeling particolare. E non solo perché la Samp è tra le squadre a cui ha segnato di più (15 gol in 27 partite), bensì perché le sfide contro la squadra ligure hanno scandito alcuni tra i momenti più importanti della sua carriera come una pendola del destino che voglia a tutti i costi intrecciare la storia di Francesco con quella del secondo club genovese. Anzi, con Genova in particolare, se consideriamo che contro i Grifoni ha giocato l'ultima gara, il 28 maggio 2017. Genova per lui, parafrasando Paolo Conte. Genova per lui è Marassi, ma soprattutto come tutti i luoghi d'Italia e d'Europa in cui Francesco ha giocato, è casa. È Roma, è la Roma.

Gli esordi di… Alessandro

«Contro la Samp Mazzone è costretto a impiegare come bomber il diciassettenne Alessandro Totti», scrive La Stampa del 16 dicembre 1993. Alessandro Totti. Il biondino di Porta Metronia ha già fatto il suo esordio in Serie A, subentrando nel finale di un Brescia-Roma, ma quella sera di fine autunno è pronto a giocare la sua prima da titolare. Non lo conosce quasi nessuno: Wikipedia, Wyscout e Transfermarkt sono di là da venire. Tanto che alcuni giornalisti non sanno nemmeno il suo nome di battesimo. La Roma di Mazzone, sconfitta 2-1 all'andata in Liguria, vince con lo stesso risultato all'Olimpico, poi va fuori ai calci di rigore. Ma quel ragazzino in maglia rossa (è l'ultimo anno con lo sponsor Barilla) mostra un repertorio di accelerazioni, dribbling e finte niente male. Soprattutto è determinato: è ancora mingherlino, forse, ma all'interno del rettangolo verde ha personalità da vendere. A Mazzone, romano come lui, Francesco piace parecchio: lo coccola, ma sa anche essere duro. Bastone e carota. «Regazzì, sai quanti ne so' passati, qua a Roma, che c'avevano talento e se so' bruciati?». Lo utilizza con parsimonia proprio per evitare di bruciarlo. Ma lo tiene sempre d'occhio, e il 27 febbraio 1994 decide che è giunto il momento per lui di giocare dall'inizio anche in Serie A. Di nuovo contro la Samp. Il momento è difficile, la squadra è nel pieno della sua peggior striscia negativa di sempre, non vince da undici partite e la classifica fa paura. La Roma perde 1-0, decide un gran gol di Mancini (uno a cui spesso Francesco verrà accostato in futuro), ma di nuovo il ragazzetto si mette in luce: l'intesa con Balbo c'è, i piedi anche. Soprattutto, Totti vede. Vede spazi che compagni molto più esperti di lui nemmeno immaginano. Insomma, al termine di quella partita l'impressione generale è che "il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette".

Ad un passo dall'addio

Tre anni dopo, Mazzone non è più sulla panchina della Roma, lasciata in eredità a Carlos Bianchi, sorta di "santone" argentino che sta facendo disastri. Francesco gioca poco: il tecnico lo trova troppo lezioso, mai decisivo. Non come Litmanen. Bianchi stravede per Litmanen (un po' come tutta Europa in quel periodo, va detto), il trequartista finlandese che con l'Ajax di van Gaal ha già vinto una Coppa dei Campioni. La strategia dell'allenatore giallorosso è la seguente: chiede a Sensi di acquistare il fantasista dei Lancieri, Totti invece può essere ceduto. Dove? Alla Sampdoria, che tra l'altro a fine stagione rimarrà orfana di Roberto Mancini. L'accordo c'è, la trattativa è praticamente chiusa. Poi però, il 9 febbraio del '97, l'Ina Assitalia organizza il triangolare "Città di Roma": oltre ai giallorossi e al Borussia Mönchengladbach, c'è proprio l'Ajax di Litmanen. Ma la scena se la prende Francesco, numero 17 sulle spalle e zazzerina bionda a seminare il panico nelle retroguardie delle due squadre. Segna con entrambe, la Roma vince il torneo e il giorno successivo i giornali scrivono che «è stata la serata di Francesco Totti, non del finlandese Litmanen». A Franco Sensi basta e avanza: Totti non si tocca. Di lì a due mesi, a fare le valigie, sarà invece Carlos Bianchi.

Francesco a Marassi

Avanti veloce, fino al 18 dicembre 2005. Ormai tutto il mondo conosce Totti, nessuno sbaglia più il suo nome di battesimo. Ha vinto uno Scudetto da capitano e di lì a qualche mese conquisterà anche il Mondiale. La Roma è allenata da Spalletti, che però a Marassi deve fare i conti con l'emergenza in attacco. Il tecnico decide quindi di provare un nuovo modulo: 4-2-3-1, l'unica punta è proprio Francesco. Che al quarto d'ora segna un gol da centravanti vero, con un tap-in sotto porta ad anticipare l'intervento del difensore. I giallorossi non vanno oltre l'1-1, ma lasciano intuire sprazzi di bel gioco. Tre giorni dopo, all'Olimpico, batteranno il Chievo 4-0 con doppietta di Totti e inizieranno la cavalcata delle undici vittorie consecutive. Sì, forse mettere il capitano centravanti non è proprio una cattiva idea, sai?

La prova definitiva arriva nella stagione seguente, la più prolifica per Francesco, che in campionato realizza 26 gol. Tra cui il più bello di tutta la sua carriera. Sempre a Marassi, di nuovo contro la Samp, dove la sua seconda giovinezza ha avuto inizio un anno prima. Il 26 novembre 2006, nel 2-4 con cui la Roma si impone a Genova, c'è la perla di tutte le perle: quel sinistro al volo da posizione impossibile su cross di Cassetti, la staffilata che prende il giro giusto e come una pennellata violenta e vellutata di van Gogh si infila nell'angolo più lontano. I tifosi doriani si alzano in piedi e applaudono. Francesco esulta con quel pollice in bocca che diventerà il suo marchio di fabbrica.

L'ultimo gol-vittoria

Avanti velocissimo, un salto in avanti di dieci anni. L'11 settembre 2016 (quindici anni esatti dopo il suo gol al Real Madrid in quella surreale serata di Champions), la Roma è sotto 2-1 all'Olimpico contro la Sampdoria. Piove a dirotto e la partita è stata sospesa. Quando riprende, dopo l'intervallo, Spalletti manda in campo Totti e Dzeko. E la gara cambia. Il capitano, ormai sulla soglia dei quarant'anni, confeziona un assist dei suoi per il pari del bosniaco. Quindi, a tempo ormai scaduto, i giallorossi conquistano un calcio di rigore. Lo batte lui, ovviamente. E chissà se, mentre spiazza Viviano con il destro, ripensa a tutta la carriera, non solo a quella – straordinaria – che ha vissuto, ma anche a tutte le altre possibili. Chissà se, mentre corre sotto la Sud in delirio, pensa a cosa sarebbe potuto succedere se fosse andato a giocare con la Samp, vent'anni prima, quando Bianchi non lo voleva. Chissà se pensa, mentre si toglie la maglia e viene abbracciato dai compagni, al giorno in cui, in occasione del suo esordio da titolare, La Stampa – che non sapeva nemmeno chi fosse – sbagliava il suo nome. Francesco. Francesco! Francesco! L'Olimpico lo sta gridando all'infinito. All'infinito.