In principio era il Walter: l'era giallorossa di James Pallotta si è aperta con Sabatini, il direttore sportivo più colto, originale e imprevedibile del panorama nazionale. Il perugino che voleva essere sudamericano, uscito da un romanzo del suo amato Gabriel Garcia Marquez, che fallì l'impresa impossibile tentata da ragazzo, togliere la fascia destra della Roma a Dio Bruno Conti, e ha fallito, con gloria e onori come un comandante Aureliano Buendia, l'impresa del crepuscolo, portare lo scudetto a Roma.

Il suo più grande rimpianto, come dichiarato il 7 ottobre 2016, nella conferenza stampa d'addio: «Finisce qui, ma il resto in carico alla Roma: col cuore, la passione, la mia sarà una assenza soltanto fisica, non di più. Sarò partecipe di quel che accade, di quel che accadrà. Il mio ruolo di direttore sportivo per la Roma, lungo cinque anni, è stato un ruolo totale, la vita, la mia vita. Ho vissuto per la Roma e sono geloso di questo sentimento. Lascio dopo 5 anni e senza aver vinto lo scudetto. E questa è la mia frustrazione, serena e terribile, una tristezza cupa e irreversibile perché ero e resto convinto che in questi 5 anni abbiamo costruito squadre per arrivare in alto».

Ingaggiato da DiBenedetto nel 2011, con Franco Baldini come direttore generale, si presentò subito col botto, portando con una quarantina di milioni Lamela, Osvaldo e un Pjanic a prezzo d'occasione, oltre a quelli che non hanno reso, dalla sua creatura a Palermo Kjaer, fino a Stekelenburg che un anno prima aveva perso la finale del Mondiale, fino a Bojan, che a 19 anni aveva già mandato in stampa la sua autobiografia, visto che veniva considerato il più bravo dopo Messi, ingaggiato con una formula complicatissima, tra pagamenti posticipati e clausole di riscatto e riacquisto.

L'anno dopo fu quello del colpaccio Marquinhos (lanciato in campo da Zeman, che lo mise titolare in A mentre i suoi coetanei facevano la Primavera): 1,5 milioni il prestito, 3 il riscatto, 31,4 la cessione al Psg. Ne servirono poco più di un terzo per il suo sostituto, Benatia, talmente indovinato da andare al Bayern Monaco l'estate successiva, 26 milioni più 4 di bonus, e anche qui il rimpiazzo (Manolas) costò meno della metà della plusvalenza.

Era l'uomo che comprava tanto e a poco e vendeva a tanto Sabatini, è passato per quello che voleva vendere tanto, quando invece erano il bilancio e il monte ingaggi a decidere le cessioni. Qualcosa non gli è riuscito, amava vincere le aste anche a costo di strapagare i giocatori, ha creduto al bluff Iturbe (che a 16 anni al Cerro Porteno sembrava il nuovo crack del calcio sudamericano, e quando arrivò alla Roma era andato male al Porto e al River Plate, indovinando 6 mesi d'oro al Verona), comprato Doumbia a gennaio senza considerare più di tanto i possibili postumi della Coppa d'Africa, speso qualche milione di troppo con Uçan e una serie di stranieri che non hanno certo lasciato il segno in Primavera.

Ma ha portato a Roma Alisson, Salah e Dzeko, fatto guadagnare Pallotta (anche) con i vari Paredes e Sanabria, comprato Gervinho a buon mercato perché lo voleva fortemente Garcia, e andò a trattare con l'Arsenal per accontentarlo, offrendo (lo ammise lui stesso, tempo dopo) una cifra che era convinto avrebbero rifiutato.

Massara, Monchi e Petrachi

Con i suoi alti e bassi, Sabatini è stato il miglior ds della Roma di Pallotta. Non c'è stato il tempo di capire quanto merito fosse condiviso con il suo braccio destro, il fidato Frederic Massara, a cui la società affidò un breve interim (fece in tempo solo a tentare la scommessa Grenier in prestito) prima di puntare su Ramon Rodriguez Verdejo detto Monchi, il mago andaluso che aveva portato un medio club spagnolo a riempirsi la bacheca di Europa League, scoprendo i vari Dani Alves, Luis Fabiano, Negredo e Julio Baptista.

Arrivò il 24 aprile 2017, se ne andò l'8 marzo 2019, dopo l'eliminazione dalla Champions contro il Porto e l'esonero di Eusebio Di Francesco, che aveva difeso a spada tratta. Accolto come una star, dopo pochi mesi era diventato sui social il "cassiere di Siviglia", e anche qui la tifoseria fu imprecisa, accollandogli cose passate ben sopra la sua testa come le cessioni di Alisson, Salah e Nainggolan, invece di acquisti a fortissimo rischio fallimento come Pastore e Nzonzi, per età, fase di carriera e ingaggio.

Per qualche mese toccò di nuovo a Massara, poi è arrivato Petrachi, che con i vari Smalling, Veretout e Mancini si è presentato davvero molto bene. L'ultimo ds di Pallotta, il primo di Friedkin: per ora non c'è davvero nessun motivo per cambiare.