Che quella di Florenzi sia (solo) una questione tecnica è ormai assodato. Fonseca l'ha detto in tutte le salse, il ct Mancini ha ribadito che per lui la questione neanche si pone («Non gioca con la Roma? Sarà più riposato per noi. Per me è un giocatore importante») e nella sede romanista di viale Tolstoj nessuno fa una piega proprio perché sulle questioni tecniche nessuno vuole mettere becco. Il comportamento del giocatore peraltro è irreprensibile, da vero capitano. Sta in panchina senza mai indugiare in una smorfia ambigua, si scalda e entra con l'entusiasmo di sempre, partecipa alle vicende emotive di ogni partita come un vero tifoso e alla fine delle gare entra in campo, anche quando non gioca, a festeggiare con la squadra o a salutare il pubblico comunque riconoscente, come avvenuto domenica scorsa a Parma. Se Florenzi non gioca (più) nella Roma, insomma, è solo perché al momento Fonseca ritiene che debbano giocare altri giocatori. Non per punizione, o magari (qualcuno l'ha pensato dopo l'errore nel finale col Borussia all'Olimpico) per ripicca o per nascondere chissà quale disagio fisico. Se da Sampdoria-Roma non è più un titolare della squadra e se nelle sei partite successive è sempre partito in panchina subentrando peraltro solo un paio di volte, una per sei minuti e un'altra per dodici, è per una scelta tecnica.

Il fatto è che anche le scelte tecniche comportano delle conseguenze e l'allenatore della Roma lo sa bene. In positivo, e vale per la riabilitazione di giocatori che sembravano confusi (Kluivert) o addirittura smarriti (Pastore) o per l'affermazione di giocatori da valorizzare (i nuovi acquisti, più o meno tutti ormai inseriti nel tessuto della prima squadra con gran profitto), ma anche in negativo, per i giocatori che sono scesi ben al di sotto del loro standard di rendimento e il caso di Florenzi in questo senso può essere paradigmatico. È infatti l'unico calciatore della rosa della Roma che al momento pare invischiato in un impaccio che gli impedisce di essere considerato (come prima) un punto di forza della squadra. E dopo le più recenti esclusioni è apparso chiaro a tutti che l'allenatore portoghese adesso non faccia grande affidamento sulle sue doti difensive. Per un motivo o per un altro, al momento gli preferisce Spinazzola, Santon e non va dimenticato che per il ruolo il tecnico aveva richiesto e ottenuto anche il prestito di Zappacosta, poi infortunato.

Ma quando Ale ha giocato da terzino quest'anno non ha fatto male. Nelle cinque partite giocate basso a destra (nelle prime sei di campionato solo una volta gli è stato preferito Spinazzola, ma per farlo giocare alto contro l'Atalanta, e poi esterno a tutta fascia) i voti raccolti per le sue prestazioni sono stati rispettivamente 6,5 / 6,5 / 7 / 6 / 6,5, l'ultima a Lecce. Poi, nelle successive nove gare della Roma tra campionato e Europa League, complice anche una fastidiosa e lunga influenza che lo ha debilitato nella settimana della precedente sosta per la Nazionale, ha giocato una sola volta da titolare, contro la Sampdoria, restando in campo (male) per 75 minuti, e poi due scampoli di partita, sei minuti col Borussia (quando sbagliò il gol del 2-0 su assist di Dzeko prima del rigore inventato da Collum e trasformato però da Stindl che ha complicato il cammino europeo della Roma) e dodici ad Udine, sul risultato già acquisito di 4-0.

Ma la questione che maggiormente ha fatto discutere è stata la doppia assenza tra Moenchengladbach e Parma quando la Roma, in grande sofferenza fisica proprio per la ripetitività degli impegni agonistici, ha perso due partite di fondamentale importanza giocando due volte con Santon (titolare in Germania, subentrato dopo 26 minuti in Emilia per l'infortunio di Spinazzola). È solo una questione tecnica, d'accordo, ma in attesa di capire come e quanto giocherà in Nazionale, a Trigoria e a viale Tolstoj ci si chiede se non sia il caso di intervenire sul tema. Perché se Fonseca non lo vede più come terzino, davanti la concorrenza è addirittura maggiore. E gennaio è alle porte.