Da Ferraris IV a Zaniolo. Con i suoi 89 giocatori vestiti d'azzurro in 92 anni di esistenza, la Roma è parte integrante della storia della Nazionale. Un apporto cominciato appena qualche mese dopo la nascita del club, quando a Capodanno del 1928 il Capitano Attilio Ferraris diventa il primo di una lunga serie. Dopo di lui tocca a diversi altri eroi dell'epoca d'oro di Testaccio, fra i quali Masetti, Monzeglio, Allemandi, Serantoni, Costantino, Guaita e soprattutto Fulvio Bernardini, che però resta incredibilmente fermo a 26 presenze, al quale il ct Pozzo è costretto a motivare l'esclusione dalle convocazioni mondiali con il paradosso di essere «troppo bravo per i suoi colleghi». In quel periodo la Roma incanta e sfiora più volte il titolo, ma la selezione già presenta il tratto distintivo che la fa imperniare sulle grandi del Nord. Fuffo simboleggia il paradigma più eclatante, ma non l'unico. Altro esempio tangibile è quello di Amadei, il più giovane esordiente della storia del campionato, bomber di razza e centravanti del primo scudetto, che in giallorosso non riesce a guadagnare mai la maglia azzurra, salvo trovare l'esordio appena trasferito nella Milano nerazzurra.
Dopo il periodo buio dell'immediato dopoguerra, la presidenza Sacerdoti riporta nomi importanti nella Capitale. Losi diventa la bandiera della squadra, alzando il primo trofeo europeo e due volte la Coppa Italia, eppure riesce ad accumulare soli 11 gettoni fra il '60 e il '62. In quella fase la Nazionale tende a cooptare i cosiddetti oriundi, fra i quali spicca Ghiggia, colui che ha fatto piangere il Maracanà con la maglia dell'Uruguay. Ma le sue presenze in azzurro si limitano a 5, quelle dell'italo-argentino Lojacono a 4. Pandolfini, Barison, Venturi e Carletto Galli sono i rappresentanti più continui della Roma in nazionale nel ventennio post-bellico, ma nessuno raggiunge la dozzina di gare.
La tendenza non viene invertita negli Anni 70, quando pure i giallorossi non vivono il loro miglior periodo, ma dal vivaio sfornano talenti a ripetizione: Rocca, Conti e Di Bartolomei su tutti. Kawasaki è un terzino straordinario e sarebbe un degno interprete anche della magnifica Olanda di Michels e Cruijff, ma la sua carriera è frenata dai gravi infortuni e anche in azzurro si ferma a 18 presenze. Agostino è il leader della squadra che sta ponendo le basi per lo strepitoso decennio successivo, ma dopo una buona trafila nelle selezioni giovanili non viene mai preso in considerazione per la nazionale maggiore, nemmeno da Capitano della Roma scudettata. Perfino Bruno Conti è costretto a faticare per farsi largo, ma quando prende il posto di Causio non lo molla più e diventa protagonista assoluto del Mondiale vinto in Spagna. L'eredità di Marazico con l'Italia passa sulle spalle di Giannini, che sfiora il titolo iridato nella rassegna disputata in casa. L'evidenza delle prestazioni (e dei successi) con Liedholm non basta a Tancredi, Nela, Ancelotti e Pruzzo per conquistare Bearzot. A cavallo fra i due millenni la Roma si stabilisce nell'élite del calcio italiano, il suo simbolo Totti ne è il miglior talento. Ma perfino lui deve faticare per imporsi in azzurro: all'Europeo del 2000 dispensa mirabilie, eppure non è indiscutibilmente titolare. A fare giustizia ci pensa Lippi, che lo aspetta dopo l'infortunio e gli permette di laurearsi campione del mondo prima dell'addio. Alfiere azzurro diventa De Rossi, iridato come il Dieci e Perrotta nel 2006, vicecampione d'Europa nel 2012, quarto di sempre nella storia della Nazionale con 117 presenze e fra i migliori cannonieri con 21 reti. Dopo il suo addio, tocca a Florenzi e Pellegrini. Con loro, la nuova genia di talenti: Mancini, Cristante, Zaniolo. Tutti a rinverdire i fasti dei giallorossi vestiti d'azzurro.