L'appuntamento è alle sette. Sotto casa di Giorgio. Lì arriverà anche Manuele perché mica posso passare a prenderli tutti. Ma intanto sto davanti al portone di Enrico già da dieci minuti. Il telefono gli squilla a vuoto. Ho aspettato pure troppo. Citofono. Una, due, cinque volte. Poi, finalmente, risponde la ragazza. Con la classica voce di chi un secondo prima dormiva e quello dopo sta in piedi, scalza, davanti al citofono per sentire se è morto qualcuno. Enrico sta ancora dormendo, naturalmente. Tutto ampiamente previsto. Fatto sta che neanche cinque minuti dopo scende. Eccolo. Come fosse ancora a letto, lo stampo del cuscino sulla guancia e quei pochi capelli rimasti in testa, dritti manco fossero il ciuffo di Cameron Diaz in "Tutti pazzi per Mary". «Nun m'ha sonato ‘a sveja», dice.

Non ci credo ma non importa. Come puoi non voler bene a uno alto quasi due metri che si tiene al collo, come fosse la copertina di Linus, una meravigliosa sciarpa giallorossa di lana fatta ai ferri dalla zia? E allora rido, ride. Ridiamo. Perché quando vai in trasferta la risata è una componente essenziale del viaggio. E infatti, mentre ci avviciniamo con la macchina verso Giorgio e Manuele, loro ci vedono e non trovano altro di meglio da fare che mettersi in mezzo alla strada abbracciati cantando «Forza ROMA alè, ROMA alè, ROMA aleee». Caricati loro, non ci resta che recuperare Mauro. Che c'aspetta da solo, sul ciglio della strada. E con uno zaino tenuto tra le braccia. «Maure', ti fermi a dormi' a Bologna poi?!?», gli chiede Giorgio scalando al centro per farlo salire in macchina. «No, ho portato un po' di birre».

È domenica, sono le sette e mezzo di mattina e lui, tirandone fuori una e aprendola con l'accendino, dice: «Chi gradisce?» Nessuno. «Però se non ne bevete almeno un goccetto oggi la ROMA perde». Anche scaramanzie del genere fanno parte del rito. Così come quella che, appena presa l'autostrada, c'è sempre uno che chiede di fermarsi subito per andare al bagno. Così come la signora dell'Autogrill a cui non hai mai niente da dare e allora guardi in basso. Così come il caffè in piedi al bancone con quelle sciarpe al collo a cui certi sorridono complici mentre altri, guardandole, alzano il sopracciglio tipo Carlo Ancelotti quando non gli quadra qualcosa.

Tutto questo, manco a dirlo, senza Enrico: lui, che ha ripreso subito sonno, è rimasto in macchina a dormire. Da solo. Con la testa poggiata sul vetro. Sognando come un ragazzino. Non si sveglia neanche quando torniamo e, risalendo, sembriamo un gruppo di liceali in gita che riprende posto sul pullman. Niente da fare: dorme. E lo farà fino a Bologna. Pure mentre, fermati di nuovo, ci mangiamo un panino. Dorme. Fino al parcheggio. Imperterrito. «Enri', rimani a controlla' la macchina o ti vieni a vede' la partita?», gli chiede Manuele.

Perché siamo arrivati: scendiamo. E mentre camminiamo verso lo stadio, con Giorgio che tiene la bandiera al cielo, sembriamo gli amici di "Una notte da leoni": stanchi ma entusiasti, con le gambe anchilosate ma complici. E con il sorriso dipinto sulle labbra. Quel sorriso si chiama ROMA. Già, perché siamo qui per lei. In un settore pieno dell'entusiasmo di tanti altri come noi che hanno lasciato tutto e tutti a casa per venire a sostenerla: amici, padri e figli, ragazze, innamorati, signori di una certa età.

Il settore ospiti dello Stadio Dall'Ara è una fotografia da mostrare a chi, chiacchierando di calcio, non è ancora riuscito a capire che non si sta parlando di sport ma di sentimenti, stati d'animo, condivisione e momenti da ricordare come quello in cui Edin Dzeko, a tempo scaduto, ha fatto esplodere di gioia tremila romanisti al seguito. In quegli attimi, fradici di pioggia così come di felicità, tutti hanno trovato qualcuno da abbracciare. Pure se non lo conoscevano, pure se non lo avevano mai visto prima. E pure se dopo quell'abbraccio non si sono mai più incontrati. Capito perché la ROMA è magica?