Ci vorrebbe molto poco per far sì che quelli che restano a terra dopo un contrasto in una partita di calcio fossero davvero solo quelli che per un impedimento momentaneo non riescono a rialzarsi: basterebbe introdurre nel calcio il tempo effettivo, l'unica soluzione all'altrimenti insolubile problema dei simulatori di infortunio (o più genericamente ai professionisti delle perdite di tempo), a maggior ragione dopo che l'introduzione del sistema di revisione video degli episodi decisivi ha nuovamente ridotto i tempi di gioco di ogni partita.

I dati parlano chiaro: da quando si era deciso di allungare i tempi di recupero (che erano stabili una volta tra i due e i tre minuti) e prima dell'introduzione della Var, le partite del campionato italiano (fonte: Lega Serie A, stagione 2016-2017) duravano in media 56'57"; l'anno successivo il tempo di gioco si è ridotto a 51'08", la stagione dopo (la scorsa) a 50'29".

E adesso è ulteriormente diminuito: la media della Serie A finora è 49'08", mentre guardando in casa Roma, le sette partite sin qui disputate sono state giocate in media per 50'2", con un picco massimo di 53'28" con l'Atalanta e uno minimo nel derby di 46'03". Ne ha scritto anche ieri mattina Paolo Casarin sul Corriere della Sera: il problema sta diventando di nuovo d'attualità a livello di Lega Serie A e sicuramente la causa del peggioramento dei dati sta proprio nell'adozione del sistema Var. Ora infatti gli arbitri si prendono diversi minuti per valutare e rivalutare le azioni dalle diverse prospettive e non sempre recuperano il tempo effettivamente perduto.

Basti pensare a quel che è accaduto domenica per Roma-Cagliari: alla fine il recupero realmente concesso è stato addirittura di quindici minuti (cinque nel primo e dieci nel secondo, visto che il recupero originario di 5 minuti è realmente partito al minuto 95, quando si è ripreso a giocare dopo il doppio infortunio a Olsen e Pisacane nel controverso episodio che ha portato all'annullamento del gol di Kalinic). Eppure la partita record per tempo di gioco in questa stagione (105'29") nel suo tempo effettivo è durata meno di tante altre: appena 50 minuti e 38 secondi, quasi tre minuti in meno di quanto si sia giocato contro l'Atalanta e contro il Lecce (prendendo in riferimento le ultime due gare giocate in serie A dalla Roma) ma addirittura cinque minuti e mezzo in meno di quanto si sia giocato in Europa League nella gara con il Basaksehir.

E chi può garantire della regolarità di una partita, in un'epoca in cui ormai un episodio viene vivisezionato tanto da determinare l'annullamento o il convalidamento di un gol con una palla che ha attraversato la linea o non l'ha fatto per una questione a volte di millimetri, se una gara dura sei minuti in più o in meno di un'altra? Per non parlare dei minuti di gioco fermo. Sapete quanti sono stati con i turchi? 36 e 51 secondi. E col Cagliari? 55 e 21. Quasi venti minuti in più di gioco fermo, con lo spettatore (fisico o televisivo) a guardare i giocatori inoperosi sul campo. Inammissibile.

Dunque l'unica soluzione è il tempo effettivo e presto o tardi qualcuno dovrà porre mano a questo principio che nell'evoluzione tecnologica del calcio dell'ultimo periodo si è reso a questo punto inderogabile. Basterà giocare due tempi di gioco effettivo di 30 minuti (sembra poco, ma è molto di più di quanto si giochi oggi) e risolvere la questione. E vedrete che a nessuno verrà più il dubbio che il Pisacane di turno stia simulando o meno, a nessun portiere verrà più in mente di ritardare una rimessa in gioco, a nessun raccattapalle sarà più consentito di affrettare il recupero di un pallone o di ritardarlo a seconda se la sua squadra è in svantaggio o in vantaggio.

Il recupero nel calcio venne introdotto dopo una partita del 1892 tra Stoke City e Aston Villa: con i padroni di casa in svantaggio, a due minuti dalla fine l'arbitro concesse loro un calcio di rigore e il portiere dei Villans Dunning pensò bene di buttare l'unico pallone disponibile oltre le reti di recinzione. Il pallone non si trovò e l'arbitro fischiò la fine della partita. Per quanto sembrare assurdo, oggi non è cambiato molto.