Titolare. Con una, due, tre punte, comunque titolare. Mi rendo conto che dirlo oggi potrebbe legittimare reazioni anche scomposte. Accetto e capisco gli insulti. Ci stanno. Del resto, fin qui, Patrick Schick, tutto è stato meno che un successo. Aggravato da quell'occasione fallita a Torino nel recupero contro la Juventus, che non ha fatto altro che ingigantire un problema che, a mio giudizio, può essere solo temporaneo. Per il semplice fatto che resto convinto che questo lungagnone ceco sia destinato a una carriera da campione. Lo Schick che ho visto nel suo primo campionato italiano, con la maglia della Sampdoria, più panchinaro che titolare, non credo sia stato un bluff, tipo Iturbe, per intenderci. Anzi, ne sono sicuro.

E questo è il primo motivo per argomentare il fatto che continuo a volere Schick in campo. Supportato pure dal fatto che nei precedenti sei mesi al suo ritorno a disposizione di Di Francesco, è stato più in infermeria che in qualsiasi altro posto. Ci si dimentica un po' troppo di questo, così come di un'età giovane, ancora di più se rapportata alla sua confidenza con il calcio che conta.

Il secondo motivo è che il ragazzo rappresenta un patrimonio della Roma. E che patrimonio. È il giocatore costato di più nella storia giallorossa, quarantadue milioni di euro (pagabili in cinque anni). Non si può buttare al cesso un investimento di questo spessore dopo poche centinaia di minuti giocati con la nuova maglia. Sarebbe l'apoteosi di quel tafazismo che, peraltro, da queste parti, è un esercizio frequentato da parecchi. Abbandonarlo adesso, potrebbe voler dire perderlo con tutte le conseguenze tecniche ed economiche del caso. Da quello che so, nello spogliatoio dell'Allianz Stadium, al termine della sfida con la Juve, il ragazzo era sotto un treno. Distrutto da quell'errore. Allenatore e compagni intorno a consolarlo e a provare a tirarlo su, come ha confermato lo stesso Di Francesco. Anche per questo, abbiamo ascoltato con piacere gli applausi con cui i tifosi dell'Olimpico hanno accompagnato la sua sostituzione (giusta) nella partita contro il Sassuolo.

Il terzo motivo è una conseguenza dei primi due, ma il più importante. In questo girone d'andata che si è appena concluso (non per la Roma che ha da recuperare la trasferta sul campo della Sampdoria), il problema più evidente a limitare le ambizioni della squadra, è stato quello del gol. Ne sono stati segnati pochi, pur a fronte di occasioni che sono state decine. È confortante poter dire di avere la migliore difesa del campionato, ma nonostante la regola che vuole vincenti in Italia le squadre che subiscono meno reti, conta poco se poi hai il settimo attacco, appena ventinove le reti segnate, una media di una e mezza ogni novanta minuti. Poche, troppo poche. Come fare, allora, per risolvere il problema non avendo alle spalle un emiro pronto a staccare l'assegnone? La mia risposta è Schick. Prima di tutto perché continuo a ritenerlo un potenziale campione, ma anche perché le altre soluzioni in rosa, non è che abbiano dato risposte positive: Defrel, tra un passaggio e l'altro in infermeria, tutto ha fatto meno che convincere, Under si è fatto notare al contrario, contribuendo all'annullamento del gol di Florenzi contro il Sassuolo. Allora diamo fiducia a Schick. Sono convinto che sia sufficiente un gol, una giocata, per restituirlo al suo destino. Quello di un campione.

LEGGI IL PARERE DI DANIELE LO MONACO SU PATRICK SCHICK