Dove eravamo rimasti? Ah sì, al 16 marzo 2017: all'Olimpico il Lione per il ritorno degli ottavi d'Europa League. Anzi, chiamiamola con il suo nome: Coppa Uefa. Che Europa League fa tanto mignolo alzato mentre si sta bevendo.

Fatto sta che quella sera la ROMA, seppur vincendo, andò a sbattere contro i francesi: due a uno, un altro gol e ce l'avremmo fatta. Ed invece niente. Fine. Come spesso accade in quelle serate da dentro o fuori che ti rimangono addosso per giorni. Abbiamo una lista di cicatrici così lunga che se ognuno di noi avesse la voglia di raccontarle ci si potrebbe scrivere un libro: quella sera, quella partita, quel palo, quel goal, quell'esultanza. Già, quell'esultanza.

Perché non ci credete a chi vi dice che a vivere in simbiosi con questa squadra si soffre e basta: ma quale "Mai ‘na gioia", quello è il manifesto degli infelici. Quelli che se una coppa non la vinci allora non l'hai vissuta: stronzate. Chiedetelo a chiunque sia stato stravolto dalla bolgia, solo per fare un esempio che sta a cuore ai romanisti di ogni generazione, di quel pomeriggio del 1982 quando la ROMA batté il Colonia di Schumacher e Littbarski grazie ad un gol, a due minuti dallo scadere, di Paulo Roberto Falcao. Divino.

Lui e lo striscione «Non passa lo straniero», che non sarà stato il manifesto del cosmopolitismo, ma ha rappresentato un'epoca. Quante ne abbiamo vissute di emozioni del genere? Tante. E tutte vibranti, indimenticabili. Che ripensandole, così piene di aneddoti, personaggi e circostanze, viene facile pensare che non esista percorso in Coppa Uefa che non sia valsa la pena d'aver vissuto.

Quanti se lo ricordano il 7 dicembre 1988 quando uscimmo con la Dinamo Dresda? Pochi. Mentre tutti non scorderanno mai, due turni prima, la notte di Renato Portaluppi a Norimberga: il brasiliano fu capace di tutto… assist, dribbling, gol e pure una sciocca espulsione. Quella notte, per l'ex giocatore del Flamengo, rappresentò l'unico lampo abbagliante in un anno di nulla.

Che se quella partecipazione la ricorderemo per sempre solamente per i numeri del brasiliano la successiva, stagione 1990-91, rischiò seriamente d'entrare nella storia: ROMA finalista con l'Inter dopo aver preso a pallonate il Benfica (Carnevale e Peruzzi protagonisti assoluti ma poi, da lì a poco, squalificati), il Bordeaux (ultima apparizione di Bruno Conti con la maglia della ROMA), l'Anderlecht (tripletta del Tedesco Volante in Belgio nella gara di ritorno) e, soprattutto, i danesi del Brondby con, ancora una volta, Rudi Voeller protagonista del gol che ci regalò quella maledetta finale buttando in rete pallone e fantasmi a tre minuti dallo scadere. Un boato spaventoso.

Come il tuffo di Nicola Berti a Milano nella gara d'andata della finale: rigore. Gol di Matthaus e poi raddoppio, ancora lui, del "simpatico" Berti: due a zero. Viatico di una partita di ritorno sbloccata da Rizzitelli a soli nove minuti dal termine. Niente da fare.

Eppure non esiste un tifoso della ROMA che, anche oggi, sceglierebbe di non averla vissuta quella serata di tormento, budella rivoltate, sudore ma anche tanto, tantissimo amore perché è proprio d'amore che si sta parlando e la dimostrazione, ennesima, arrivò già il giorno dopo: stesso stadio, ancora una volta tutto esaurito. Per Bruno Conti!

Ecco… è questa la nostra forza. Si cadrà pure, ma non si sta per terra un solo istante, perché questa passione è inarrestabile. E allora sapete che c'è? Che neanche vado avanti a raccontarle tutte le altre partecipazioni alla Coppa Uefa così evito di sprecar fiato per Vavra.

Neanche per sogno. Il fiato meglio tenerselo per sostenere, domani, la ROMA contro i turchi del Bihsihckhuhr, anche se non vale la pena neanche di cercare di scriverlo bene il nome di questa squadra che tanto nessuno sarebbe mai in grado dirmi che l'ho sbagliato.
Perciò FORZA ROMA e… cosa? Ah sì, "Non passa lo straniero".