La luce viene sempre dall'Est e nel caso di Trigoria e della Roma è ancora più vero, in particolar modo da questa stagione. Basta pensare nello stesso momento a Edin Dzeko, Henrikh Mkhitaryan e Aleksandar Kolarov. Tre pezzi da novanta della nuova Roma di Fonseca, tre capitani, per usare un eufemismo, perché potremmo tranquillamente dire tre eroi, per le rispettive nazionali. Tre punti di riferimento ciascuno in ruoli delicati, dell'idea di calcio del portoghese.

Tre pedine che garantiscono classe, esperienza e ambizione. Una sorta di asse centrale, anche se Kolarov parte sempre dalla sinistra con la sua regia e lo stesso armeno appena arrivato, che da trequartista ha fatto vedere grandi cose potrebbe trovare affollamento là in mezzo e quindi, senza pensieri, si sposterebbe di qualche metro da una parte o dall'altra, perché i laterali di Fonseca, abbiamo imparato, non sono così "esterni". E poi c'è Dzeko, uno che (e qualcuno dava per certo, in compagnia dell'amico Kolarov) da marzo scorso era destinato all'Inter, ma che è stato convinto a rimanere al sole della Capitale con un resiliente lavoro di squadra: da Fonseca, dai compagni, dai tifosi e non ultimo dai dirigenti, in particolar modo dal ds Petrachi. «Lo stimava dai tempi del Torino», aveva anticipato su queste colonne Silvano Martina, agente italiano del cigno di Sarajevo.

Lo ha confermato lo stesso dirigente salentino nell'ultima conferenza stampa, quella in cui ha presentato Micki, l'ultimo arrivato, ma uno tra i primi, forse, a cui Fonseca darà una maglia da titolare domenica col Sassuolo. Una mossa che ha cambiato il mercato della Roma, quella del rinnovo del bosniaco. Perché, sebbene la società non abbia cambiato più di tanto i suoi programmi e un altro paio di innesti (l'armeno ex Arsenal e Smalling dallo United, appunto, senza dimenticare Kalinic, che ha lasciato l'Atletico Madrid) li avrebbe dovuti comunque prendere, un po' di effetto-Dzeko c'è già stato. Non solo a ribadire a Edin stesso che la Roma fa sul serio anche quest'anno. Che era quello che il bosniaco, svuotato nelle sue ambizioni in giallorosso prima dell'estate, in fase di rinnovo aveva chiesto.

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Sì, sono arrivati dei giovani (bravi), ma anche dei profili internazionali. Con operazioni anche furbe, d'accordo, ma che aiuteranno la Roma a rilanciarsi e ad aver meno bisogno in futuro di ricorrere a formule oltre modo complesse. Effetto-Dzeko, o effetto-Roma. Perché Edin o il compagno Aleks sono decisivi non solo in campo, ma anche fuori, nella "chiamata" di grandi giocatori. E non servono telefonini o messaggi, che pure ci stanno tra colleghi, ma basta guardare le loro performance. Fermandosi anche solo alle selezioni dei loro Paesi d'origine e tralasciando i club dove hanno vinto e rivinto. E i loro numeri: straordinari quelli di Dzeko con la sua nazionale, di cui indossa la fascia da cinque anni e con cui ha giocato 105 partite segnando 58 gol e fornendo 21 assist. Non meno eccelsi quelli di Kolarov, che capitano ci è diventato "solo" a marzo 2018, con l'avvento del ct Krstajic: 86 presenze, 11 gol, come il suo numero di maglia, e 13 assist. Quelli in cui è specializzato anche il nuovo acquisto proveniente dalla Premier, Henrikh Mkhitaryan, che ne ha collezionati ben 26 nell'Armenia, dove ha disputato anche lui 86 gare, segnando 29 reti.

Quantità, qualità, determinazione e ambizione. Ognuno ha la sua, ma Dzeko, Mkhitaryan e Kolarov saranno al centro della Roma di Paulo Fonseca, aggiungendo tasso tecnico e personalità. Che dovranno accompagnarsi alla grande freschezza dei tanti giovani (e meno giovani che devono però ancora maturare) della rosa costruita da Petrachi. Un giusto mix, si spera, una strada già tentata nella Capitale dai precedenti ds e che nonostante l'assenza di trofei ha già garantito una presenza costante della squadra nell'Europa che conta. Con qualche intoppo, come la scorsa stagione da dimenticare e che comunque darà la possibilità alla Roma di giocarsi le chances per respirare altre notti magiche.