Lo seppi da mio fratello. In quel periodo vivevo in barca. Le cose della vita mi avevano portato via da Roma e dallo stadio. Me lo disse a freddo, di sfuggita. "A proposito, il Commando non c'è più".
Era il 12 settembre 1999. Non seppe dirmi altro e io non chiesi altro. Lo confesso con vergogna. Giovanili ferite di cuore, un senso di inadeguatezza di fronte al nuovo che avanzava ma soprattutto un orizzonte fatto di amore e libertà, mi avevano fatto credere che le storie potessero chiudersi così, semplicemente, virando la prua verso mari lontani.
La Roma no. Lei non riuscii mai ad abbandonarla.

E quando nel 2000 si compì lo scempio nel pantano di Perugia, mi ritrovai a maledire il Dio del calcio. Solo allora mi resi conto che le storie non si chiudono.
Quando l'apoteosi del 2001 stava ormai per travolgere tutto e tutti, trovai il coraggio di ricomporre un numero telefonico che non facevo da anni ma che ricordavo a memoria. Mi rispose una vocina di donna sofferente. "Siediti e ascolta – mi disse- ho tante cose da raccontarti e ho bisogno di te". Qualche mese dopo bussai a quella porta e riabbracciai la mia storia. Fu come riprendere ad andare in bicicletta.
Non lo fai per anni ma quando afferri di nuovo il manubrio ti rendi conto che non è passato neanche un giorno. Hai sempre saputo pedalare, non lo hai mai dimenticato ed è meraviglioso. La strada era però un cumulo di macerie. Il fratricidio, vecchia e odiosa abitudine romana, ci aveva nuovamente colpito, questa volta definitivamente. Restavano solo accuse infamanti, tradimenti, voltafaccia, ricostruzioni strumentali, amici che non si parlavano più. Non potevo credere a ciò che stavo ascoltando. Eravamo la mejo gioventù.

Eravamo quelli del Ti Amo, quelli descritti da Tonino Cagnucci con le parole più giuste mai scritte… "C'è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere. Era il tempo in cui c'era il sole e le bandiere sventolavano al cielo senza coperture. Alzavi gli occhi gonfi di quei colori e ti sentivi parte di una comunità mai vista. Il tempo non passava mai. Stiamo lì da sempre. C'è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere perché con quel potere ha detto ti amo.". Perché?

Perché, mi chiedevo, la più bella storia mai scritta da un'intera generazione era stata umiliata e offesa con tanto disprezzo? È dal 2001 che mi pongo questa domanda.
È da allora che la mia missione è stata capire. Ho parlato con tutti, vittime e carnefici, vecchie e nuove generazioni, amici e nemici. Ho ascoltato le ragioni di tutti. Ho provato a contestualizzare, essere più neutrale possibile, mettere in discussione le mie stesse convinzioni.  No, una ragione non l'ho trovata.  Non mi basta e non mi basteranno gli elenchi infiniti delle presunte motivazioni, neanche le più gravi.
Perché se oggi quella generazione è ancora lì, decimata dai lutti, dai dolori, dalle malattie e dalla vita che fugge via, vuol dire che noi siamo stati non solo un modo di essere ultrà ma l'esperienza comune di una collettività immortale.  E non ci sono errori, né incomprensioni, né "tamburi napoletani", né "dovevate far posto agli altri", né "eravate 4 gatti", no, non c'è alcuna ragione accettabile perché la nostra storia continui a rappresentare il lato oscuro di una tifoseria.

Se vent'anni vi sembran pochi, da quel maledetto giorno, seppur feriti, noi continuiamo a fare il tifo per voi, per la Sud.
E ancora ci emozioniamo quando vediamo che le cose funzionano.
Perché noi siamo così. E lo saremo per sempre.
Viva la Roma, viva la Curva Sud.