La pausa del campionato è passata, grazie al cielo. Noiosa e insopportabile perché il campionato è appena cominciato e, triste rito d'inizio stagione, già si è dovuto arrestare per via di due partite della nazionale emozionanti come due puntate della trasmissione Forum. «Sì, ma almeno recuperiamo qualche infortunato»: ce lo diciamo ogni volta per racimolare il seppur minimo aspetto positivo di questa tassa azzurra che di tassa, invece, ha solo la puntualità con cui la rosa della ROMA si impoverisce di un altro giocatore anziché guadagnarlo: detto/fatto, questo giro è toccato ad Ünder. Stop di un mese.
Un mese intenso, sette partite. Perché da oggi fino al sei ottobre la ROMA scenderà in campo sette volte tra campionato ed Europa League. E non chiedetemi se questo tour de force sarà un bene o invece un male perché non riuscirei a rispondervi se non d'impulso, da tifoso: non vedo l'ora.

Ed è proprio a questo punto che entra in ballo la sacralità di questa squadra che da tempo ha abbandonato la sfera sportiva della mia vita per andare a incastonarsi in quella dei sentimenti: gioca la ROMA, si ferma il mondo. Proprio così: si ferma il mondo. Non deve esistere contrattempo, l'imprevisto non viene neanche contemplato. E se mai dovesse accadere, spazio all'improvvisazione mia e di chiunque altro pur di non perdersi la ROMA. Perché qualcosa me lo inventerò. Se lo inventerà. Ce lo inventeremo.

Millantate malattie, ferie non retribuite, visite mediche annullate, necrologi, resurrezioni e appuntamenti spostati al giorno prima. O a quello dopo. Perché quando scende in campo la squadra della Città Eterna tutto quello che le gira attorno si deve adeguare. Sembra assurdo, ma è così. E se certe volte qualche audace mi chiama al telefono durante i novanta minuti, stupito, mi chiedo: «Ma non lo sapeva che gioca la ROMA?!?» e poi, naturalmente, non rispondo. Senza sprecare fiato. Né al telefono né, più in generale, per chi mi chiede come possa essere possibile che, da una vita, ogni occasione da organizzare debba essere prima filtrata attraverso il calendario degli incontri. Ci sono cresciuto così.

Ricordo ancora la faccia della maestra di quinta elementare quando, raccogliendo le adesioni per la gita, mi chiese come mai non sarei andato. «Ho lo stadio domenica». E lei: «Non verrai a Firenze con gli altri compagni di classe per una partita di pallone?!?», chiese. «No, per la ROMA». Risposi proprio così. Per la ROMA i pranzi saltati, le cene fredde, le cerimonie a cui sono arrivato dopo o andato via prima, quelle a cui non sono andato per niente. Gli anniversari o i compleanni festeggiati alla mezzanotte della sera precedentemente, le maglie termiche sotto al maglione d'inverno. Con la febbre addosso.
Per la ROMA!

È questo, allora, un altro segreto di questa magia: niente di tutto questo l'ho mai considerato un sacrificio. E non sono una mosca bianca eh, anzi. Queste cose suoneranno familiari per tanti, tantissimi. La maggioranza. A dispetto delle litanie dei social che non c'entrano nulla con questo sogno collettivo capace di riprogrammare la vita delle persone attraverso un pallone che entra in rete, due pugni al cielo e un abbraccio con gli amici di sempre. O meglio ancora con un padre. Un nonno. È questa cosa qui che gli altri non capiranno mai. Questa cosa qui che li farà continuare a perseverare nell'equivoco di considerare un goal solamente come un gesto tecnico anziché per il fuoco d'artificio che andrà a rappresentare nella vita delle persone.

Io, al contrario, questa squadra continuerò a preservarla dal tempo e dalle circostanze con lo stesso entusiasmo di quando, da ragazzino, la sera prima di una partita non riuscivo a prendere sonno tanta era l'eccitazione che avevo addosso. Quella non se ne è mai andata, non se ne andrà mai. Tanto che il giorno in cui non andrò allo stadio per sostenere la ROMA sarà solamente perché sarò a un funerale.
Il mio.