All'arrivo a Fiumicino Justin Kluivert ha conquistato tutti. Con quell'espressione sbarazzina di chi ha appena diciannove anni ma la sa lunga, ascolta i cori in suo onore e carica i tifosi accorsi allo scalo romano con fare sfrontato. Una certa spavalderia - se non sconfina in presunzione o tracotanza - è sempre ben accetta. Soprattutto se appartiene a chi porta un nome importante, proviene dalla fucina europea di talenti per eccellenza e ha mezzo continente che gli fa la corte, ma alla fine sceglie la Roma.

L'accoglienza sembra subito ripagata quando il talentino olandese esordisce a Torino. Contro i granata la gara è tosta e non vuole saperne di sbloccarsi, anzi Olsen prima fa tremare poi salva il risultato, che però resta inchiodato sullo 0-0. A quel punto Di Francesco opta per Justin, che rileva un opaco Ünder a venti minuti dalla fine. Il ragazzino innesta subito il turbo e semina il panico fra i difensori torinisti fin dai primi istanti, confermando di essere guascone non solo di fronte a folle festanti, ma anche a difensori scorbutici come quelli italiani. A un attimo dal recupero piazza lo sprint decisivo con cui arriva sul fondo e crossa per Dzeko: la conclusione del bosniaco è un gioiello che regala i tre punti, ma Edin deve condividere le copertine del giorno dopo con Kluivert.

La prima etichetta che gli viene affibbiata è quella immancabile da «predestinato». Ma i giudizi sono prematuri e nonostante l'abbagliante debutto, l'ex lanciere fatica a imporsi. Alla seconda con l'Atalanta subentra ancora nella ripresa, con il Milan resta in panchina tutto il match e con il Chievo gli vengono elargiti i nove minuti finali, sfortunati almeno quanto il risultato. Eppure nella giornata successiva a Bologna viene schierato titolare, ancora sulla destra, ma affonda con tutto il resto della squadra e finisce in panchina per tre partite consecutive, che peraltro coincidono con tre vittorie, il miglior mini-ciclo di inizio stagione.

Rientra con la Spal, ma a frittata già fatta e non riesce a dare il contributo decisivo per raddrizzare il risultato. Una noia muscolare gli sottrae la sfida di Napoli, poi però comincia a giocare con maggiore continuità, anche se quasi sempre da subentrato. E nelle occasioni in cui è titolare viene sistematicamente sostituito, pure contro il Genoa, quando è mattatore con il primo gol in A e l'assist vincente per Cristante che permettono alla Roma di rimontare e a Difra di salvare la panchina. La sola gara che lo vede in campo per novanta minuti è quella di Parma: resterà l'unica della stagione in campionato.

Nelle ultime due partite dell'ex tecnico resta a guardare, ma l'arrivo di Ranieri sembra giovargli. L'allenatore romano usa parole al miele per lui, lo schiera nella sua prima con l'Empoli e Kluivert lo ripaga con una buona prestazione. Poi però a Ferrara gioca un tempo ai limiti dell'indisponente, che lo fa rimanere dentro gli spogliatoi nell'intervallo e lo relega a scampoli di match nel turno successivo. Ma Justin ritorna protagonista nella sfida casalinga alla Fiorentina, con altri due assist che portano al pareggio e a nuove prospettive di qualificazione in Champions. A Genova con la Samp parte ancora titolare, ma con l'Udinese si riaccomoda in panchina, confermando fino alla fine l'andamento a singhiozzo della sua stagione (certificato da una poco lusinghiera media voto di 5,94).

La tendenza resta quella fino alla fine: un altro assist con il Cagliari - saranno 5 complessivi in campionato - e altre prestazioni poco convincenti. Fino all'ultima giornata, quando assiste all'addio di De Rossi da bordo campo. In attesa dell'anno che verrà.