Diciott'anni sono troppi per promettersi il futuro. Lo abbiamo scoperto la mattina del 14 maggio, quando la Roma - con il tweet più glaciale e sconvolgente di sempre - ha annunciato l'addio a Daniele De Rossi. Una carriera interamente in maglia giallorossa, spenta proprio al raggiungimento della maggiore età. Di tutto quello che ne è seguito il mondo romanista vive ancora le conseguenze e porterà a lungo le cicatrici addosso. Anche perché soltanto qualche mese prima nulla lasciava presagire una fine di rapporto così improvvisa. Il Capitano comincia la stagione con il contratto in scadenza, ma forte di un'annata precedente più che positiva, durante la quale, gestendo le energie di concerto col tecnico Di Francesco, è riuscito a dare quasi sempre il meglio di sé e ad accompagnare da leader la squadra nella splendida cavalcata in Champions.

Negli ultimi giorni di mercato è arrivato il neo-campione del mondo Nzonzi, che nelle intenzioni di Monchi rappresenta qualcosa in più di una semplice alternativa al numero 16. Eppure De Rossi ricomincia al centro della squadra. In ogni senso: il ruolo di volano davanti alla difesa è indiscutibilmente suo; il cuore del progetto tecnico è affidato ancora a lui dall'allenatore, che nelle prime otto partite di campionato lo schiera titolare in sette occasioni. Proprio quando la Roma sembra in risalita dopo l'avvio shock in campionato, una fastidiosa frattura al piede lo mette fuori combattimento a Empoli. In Toscana è stoico e proprio come il compagno Kolarov la settimana prima nel vittorioso derby, gioca tutta la gara nonostante il dolore ed esce dal campo con il braccio alzato in segno di esultanza. Una delle tante immagini di Daniele diventate in breve iconiche.

È costretto quindi a saltare la partita casalinga con la Spal, ma l'inopinata sconfitta interna che stoppa sul nascere i buoni propositi e il complicato ciclo alle porte, lo fanno tornare in campo per la sfida del San Paolo. Contro il Napoli è fra i migliori (come nel resto di stagione: sua la media più alta con un tondo 6,5), la Roma va pure in vantaggio, ma quella serata si rivelerà maledetta. Sul finire del primo tempo anche la sua proverbiale sopportazione del dolore deve piegarsi: c'è qualcosa che non va al ginocchio. Le settimane successive vengono vissute sul filo della paura: è stata intaccata la cartilagine, a rischio ci sono non soltanto le partite successive ma l'intera stagione, perfino la carriera, come poi rivelerà Difra. De Rossi torna in panchina con il Genoa, ma lo fa solo per esaudire la richiesta del tecnico di avere accanto a sé la sua carica simbolica in una sera che può essere drammatica per le sorti sportive della squadra. Missione compiuta: la Roma vince, sia pure soffrendo, lui torna nelle retrovie a curarsi e mentre gli altri sono in vacanza durante la pausa post-natalizia, lui si allena da solo per recuperare. Rientra a febbraio contro il Milan, poi è costretto a giocare scampoli, col rischio infortuni sempre dietro l'angolo.

Fatale è il ritorno di Champions col Porto, quando firma il gol della possibile qualificazione prima di dare forfait. Stavolta è il polpaccio a metterlo ko. Fa in tempo a rientrare e segnare ancora una rete illusoria a Genova con la Samp, ma la settimana successiva subisce l'ennesimo stop, questa volta per un problema al bicipite femorale. Sembra sempre sul punto di forzare il rientro, finché non arriva la batosta del 14 maggio. La più intensa storia d'amore romanista finisce lì: si attende solo il finale col Parma per il più degno dei saluti. Il popolo giallorosso versa lacrime mentre De Rossi gli dedica l'ultimo bacio di un'inimitabile storia d'amore.