Alla fine è una questione di feeling. Damiano Tommasi è piaciuto subito alla Roma in quegli anni a cavallo tra un millennio e un altro e a lui subito Roma entrò nel cuore. Inevitabile che adesso questo feeling ci sia col Romanista che ieri ha lanciato un po' in anticipo ma con molta forza la candidatura che potrebbe mettere d'accordo tutte le componenti del mondo del calcio. Lui, al telefono, si schermisce: «Ma ora non è che mi fate diventare antipatico ai laziali?». Non garantiamo, ovviamente. Soprattutto se la pensano come Lotito, uno con cui Damiano non ha mai avuto particolare sintonia. Che invece, ad esempio, nacque spontanea con un laziale come Abodi: Tommasi e l'Assocalciatori appoggiarono la sua candidatura quando sfidò Tavecchio, ma i numeri non bastarono: «So che Andrea ora è al Credito Sportivo, mi dispiace che sia uscito dal calcio. Era un personaggio che avrebbe potuto fare benissimo dopo l'ottimo lavoro svolto nella Lega di B».

E invece è bruciato. Non c'è il rischio che adesso un altro "marziano" come te, se dovesse presentarsi candidato, possa essere rigettato dal sistema?
«Intanto però Abodi prese il 46%, non poco. Se gli allenatori l'avessero sostenuto magari ce l'avrebbe fatta...».

Ulivieri ha espresso parere favorevole alla tua candidatura.
«Mi fa piacere, ma non basta. Noi l'accordo lo vorremmo con tutte le componenti».

Quindi ti candiderai?
«È presto adesso per parlare dei candidati. Confermo che come Associazione Calciatori cercheremo un'intesa con le varie componenti per partorire una candidatura unica. Ma quel che conta adesso sono i contenuti, i programmi».

Noi ieri abbiamo lanciato la tua candidatura perché a Roma, ma non solo, c'è un sacco di gente del calcio o semplici tifosi che ti vorrebbe presidente.
«Vi ringrazio, davvero. Ma chi ha espresso l'auspicio che io possa dirigere la Figc non ha diritto di voto. Vedremo più avanti chi invece quel voto potrà esprimerlo. E comunque a oggi non c'è un candidato».

Tu che candidato saresti? O che candidato vorresti?
«Come calciatori la nostra idea è la stessa proposta nel 2014 quando abbiamo candidato Albertini e nel 2017 quando abbiamo appoggiato Abodi. Contano le idee più che le persone. Cerchiamo una prospettiva di Federcalcio diversa, che rimetta al centro il progetto sportivo e che sappia dialogare con tutti».

Sono le due cose mancate di più con Tavecchio?
«Direi di sì. Si è perso di vista il progetto sportivo e i confronti sono stati solo tra maggioranza e opposizione. Ogni componente ha le sue specificità, bisogna trovare accordi con tutti, facendo ognuno un passo indietro verso l'interesse generale, non può essere solo una questione di numeri, se ho la maggioranza o se sono in minoranza».

Ma questa sarebbe una rivoluzione.
«Per ora infatti questo concetto non arriva. E infatti l'Italia resta indietro rispetto ad altri paesi. Parliamo di una Federazione che rappresenta e gestisce lo sport di squadra più popolare che ci sia, ma non agisce mai da squadra. È un paradosso».

A parole siamo d'accordo. Ma sul pratico che significa quello che dici? Davvero pensi che all'improvviso nel calcio si possa andare d'accordo pensando all'interesse generale?
«Ma è l'unica strada! Non si può pensare sempre al peso delle componenti. Il 12% della serie A è ovviamente poco in rapporto alla conduzione e soprattutto alla responsabilità che la Lega di A ha nei confronti del movimento calcistico. I dilettanti forse hanno troppo peso. Ma chi pensa alle responsabilità che ne derivano? Quando ho chiesto le dimissioni dell'intero Consiglio Federale parlavo di questo, volevo che si tornasse a parlare dei temi, delle riforme, delle seconde squadre, delle funzioni dei centri federali, della formazione dei giovani, della distribuzione equilibrata delle risorse. Invece oggi i voti li usiamo per affermarci o per opporci».

Ci fai un esempio di temi che siete disposti a discutere facendo un passo indietro?
«Per esempio, la riforma dei campionati. Ci accusano di non volerla perché vogliamo difendere i posti di lavoro. Ma non è una questione meramente numerica. Oggi abbiamo tanti posti di lavoro, ma a Modena questi posti non ci sono più. Allora cambiamo le regole: se ci sono maggiori tutele, riduciamo pure il numero dei nostri posti di lavoro, ma facciamo in modo che siano sicuri. Qui invece pensano solo ai diritti tv, così si va alla cassa e si resta tranquilli».

Che contesti in particolare a Tavecchio? L'Italia è andata fuori dal Mondiale, ma lui si è vantato di tanti altri risultati, politici e economici.
«Se il risultato sportivo è stato così importante è perché il suo core business è stato questo. Chiedete in giro a chi è nel calcio: eravate contenti della gestione Tavecchio? Ve lo dico io: non lo era nessuno. Chi è nel calcio può essere contento perché abbiamo appoggiato Ceferin o perché abbiamo piazzato nostri rappresentanti nelle Commissioni? Ma chissenefrega. E l'utile in bilancio a chi serve se poi le squadre non riescono neanche a iscriversi ai campionati? Il discorso economico dovrebbe restare al servizio del progetto sportivo».

Con le regole attuali, saresti in grado di dirigere la Figc?
«Una visione diversa può fare tanto al calcio, ma è proprio di questo che parlo. Vanno stabilite e condivise prima le nuove regole. Noi come Aic possiamo portare la nostra visione. Candidati a oggi non ce ne sono, il terreno è libero. Del resto se non c'è convergenza sui nomi è prprio per questo. Allora sfruttiamo l'occasione».

Può uscire un quarto nome oltre al trio Tommasi Sibilia Gravina?
«Mi pare difficile perché i tempi sono già piuttosto ristretti».

E tra di voi quando parlerete?
«Già domani (oggi, ndr) a Firenze dovremo vederci con gli arbitri e quindi ci saranno Nicchi e Uliveri, Gravina, credo anche Sibilia. Magari cominceremo a confrontarci».

Che ne pensi di Gravina e Sibilia?
«Gravina fino a marzo ha appoggiato Abodi, una certa idea di calcio ce l'ha... Con Sibilia non ci siamo ancora confrontati».

Infine una curiosità personale: l'intervista di Tavecchio alle Iene che effetto ti ha fatto?
«L'uomo l'ho conosciuto in questi anni. Quindi non mi ha sorpreso quello che ha detto e come l'ha detto. Diciamo che da uomo delle istituzioni mi ha colpito la scelta del mezzo. Bravo chi l'ha fatta ma avrei preferito se avesse parlato in conferenza stampa dopo l'eliminazione. Allenatore e giocatori lo avrebbero meritato».