Il sogno di Totti
Francesco ne ha realizzati due in uno. Quello di giocare per la Roma e di segnare più di tutti
(GETTY IMAGES)
Non è vero che i giocatori passano e la Roma resta. Di Bartolomei resterà sempre la voce seria, il cipiglio sicuro nella notte, un nostro padre, o un fratello maggiore, e il ricordo più geloso e prezioso in fondo al cuore. Rocca te lo immaginerai sempre correre a sinistra. Rocca è stata la corsa tra la Rometta e la Roma campione, quasi si fosse sacrificato per questo scatto. E poi c’è Totti. Totti è una giornata della nostra vita. Ha segnato da mezzogiorno, come quando a Firenze segnò il 200esimo gol, a mezzanotte circa (il rigore con l’Arsenal). Ha segnato al primo in una finale di Coppa (nel 6-2 contro l’Inter) o all’ultimo minuto di recupero di una partita durata tre ore (il 3-2 su rigore alla Samp nel 2016). Da Palermo a Udine. Da Silkeborg, che sta dalle parti del castello di Amleto, ai Giochi del Mediterraneo. Dall’Europeo dei Piccoli, al Mondiale dei grandi. Ha segnato tutti i mesi dell’anno, anche a giugno - persino un gol scudetto - a luglio - in Europa League - ad agosto - in Supercoppa. La sua stagione dell’amore è l’unica che non viene e va. Ha segnato tutti i giorni della settimana. Ma c’è qualcosa di ingiusto nel celebrare Totti solo per i gol, e non solo perché ha giocato da prima punta solo un terzo della carriera.
I gol sono come i premi per i grandi ricercatori, conta quello che si fa ogni giorno, ciò che ti porta al titolo. La quotidianità passata da Porta Metronia al Torrino: l’intero sistema solare. Totti è Tottigo per i gol fatti contro la saracinesca più che a San Siro o al Bernabeu. Se ha vinto il Mondiale in Germania è per come giocava alla tedesca fra San Giovanni e Trastevere. Totti è sempre stato uno di quartiere, uno che da ragazzino prima o poi doveva andare dal barbiere. Totti è il telefono coi fili, la pizza rossa o la pizza bianca, la villeggiatura più che la vacanza, più che il gettone – che vale sempre 200 lire – è la cabina telefonica. Il mangianastri arancione che aveva la zia più «moderna», la prima moquette nelle case di Roma. Totti è certe zone di Roma, San Giovanni dov’è nato è tutta sua. San Giovanni è uno dei posti di Roma meno cambiati dal ’76 a oggi. C’è lì una specie di medietà romana dove respiri il centro e annusi la periferia. Totti ha la faccia di un film di Pasolini, non quella di un libro di Moccia. Non sta tre metri sopra il cielo, ma in mezzo ai binari dove passa il tram di Fellini per Roma. È la tombolata non lo shopping. Pianerottolo e odore di fettina ben cotta. Totti è timido e per questo può diventare sfrontato non cinico, sveglio non opportunista.
Tutto questo vuol dire appartenere a una certa tradizione tipicamente romanista.
Totti ha rappresentato anche, se non soprattutto, il tifoso medio della Roma.
Francesco non è di nicchia, non è un’esclusiva ultras, perché è del popolo.
Totti è Tottigo dei ragazzini piccoli piccoli. Totti è il disegnetto sul banco che una volta era UR. Un 10, un IO, un D10. L’ID di noi stessi. Totti è la Roma più che l’Aesse Roma. Francesco Totti è il chiacchiericcio di Roma, quello che gira per l’aria, prima di essere un nome già impresso nella sua storia. È nei discorsi sul pianerottolo fra Anna e Maria, sui ballatoi di San Lorenzo. Totti è quella Roma che resiste.
Lui l’ha fatto: non se n’è mai andato. Anche in questo ha risparmiato tempo a Dio: niente parabole da figliol prodigo, semmai pallonetti, palombelle giallorosse, cucchiai. «Forza che il pranzo è pronto, ma speriamo che Totti domani segni». Anzi: «che domani segna». È meglio. Il congiuntivo a volte è un errore, non dà il senso. Totti resta Totti perché dov’è nato è rimasto: indicativo – col pollice – sempre presente. Non l’aveva mai fatto nessuno prima. Strano a dirsi ma nessunol’ha mai chiaramente detto, è il segreto più scoperto del mondo: la Roma nella sua storia uno romano, romanista così per sempre non ce l’aveva mai avuto.
A consegnarlo al cuore delle mamme romane, cioè all’eternità, sarebbe bastata già quella maglietta, «v’ho purgato ancora» alla Lazio. Il suo romano, lampo di una battuta («Aho») che fa a cazzotti e vince con la noiosa prosa mentale dell’italiano, giustamente archiviabile in un «è normale che».
È normale per tutti ma non per Totti. Un no-look guardandoti negli occhi, di una faccia romana e rinascimentale, un po’ Lorenzo il Magnifico un altro po’ er Più de San Giovanni, Porta Metronia. Poesie e pallonate. Il nostro piede sinistro infortunato contro il carrarmato, la mazzafionda del borgo contro l’establishment, Pasquino che, col dito in bocca, è arrivato a fare il suo sberleffo in mondovisione. Un televisore analogico a due pollici versi, altro che maxischermi al plasma in digitale. Il ragazzino che cantava «Lazio schifo fa ce potemo giurà i rigori so tre...» e che ha segnato più rigori di tutti in serie A.
Totti rappresenta l’eccezione che salvaguarda l’antica regola dell’appartenenza. Non è un caso che Totti sia l’anagramma di sé stesso. È rimasto qui. È rimasto così. E così è rinato tante volte senza mai essere finito.
Un creatore di gioco, quindi di mondi. L’azione poetica di chi ha scelto una maglia nel mondo del finto pluralismo a buon mercato, la lana pesante della nonna e non quelle insegne luminose che - il filosofo Giovanni Lindo Ferretti insegna - attirano sempre e solo gli allocchi. La cosa più bella è che s’è tenuto i sogni così. E parlando di gol, il record più bello non è stato tanto riprendere Baggio (in anticipo sul suo stupore), raggiungere Piola (11 gol fatti alla Lazio come il grande Silvio) ma è stato quello di superare Nordahl che ha segnato 210 gol con una stessa maglia, il Milan. Solo che Nordahl poi ha indossato anche un’altra divisa (proprio quella della Roma).
Totti è il calciatore che in Italia ha segnato più volte con la stessa maglia. È una poesia di pane questa. Pensateci. Quando si è ragazzini e quasi subito ci si innamora del pallone, si hanno due sogni: quello di giocare per la Roma (o per un’altra squadra, per chi crede all’esistenza di altre squadre) e di segnare. Di fare gol. E correre sotto la Curva Sud. E tutti sono pe’ te. E tu piangi, e ti immagini tutte le rivincite, i trionfi, i titoli, gli abbracci... t’immagini mogli, amanti, figli, stirpi, dinastie, o un fumetto, la tua faccia su Topolino.
Ecco Francesco Totti è come quel “gabbiano ipotetico” di cui cantava Giorgio Gaber: due sogni in un corpo solo. Soltanto che il suo non s’è mai rattrappito.
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