Il primo fu William Garbutt, anzi no. I primi in realtà furono due, perché in occasione delle prime partite della sua storia contro l'U.T.E., il 16 luglio la squadra riserve e il 17 luglio la prima squadra, i tecnici furono due: Jozsef Ging, ex tecnico della Fortitudo-Pro Roma e Pietro Piselli, ex allenatore dell'Alba. Il 15 luglio 1927 radunarono i giocatori selezionati e decisero quindi quale sarebbe stata la formazione "B" che avrebbe giocato il giorno dopo e la formazione titolare che avrebbe giocato il 17 luglio. Piselli lasciò la Roma già a fine luglio, l'idea era quella di affidare la panchina a Ging, al quale poi, una volta avuto il "sì" di Garbutt, fu proposto il ruolo di assistente del tecnico inglese e di allenatore della squadra riserve. A settembre però preferì accettare l'offerta del Modena per continuare ad avere una panchina tutta sua.

Inizia così la storia degli allenatori della Roma, che ha visto aprirsi ieri il capitolo di Paulo Fonseca. Straniero, proprio come William Garbutt. Calciatore inglese di Reading, Woolwich Arsenal e Blackburn, fu costretto a smettere a 29 a causa di un infortunio, di cui fu testimone Vittorio Pozzo. Si dice sia stato lui a consigliarlo al Genoa, che aveva sempre avuto tecnici inglesi. Dal 1912 al 1927 vinse tre campionati. Se ancora oggi gli allenatori di calcio vengono definiti "mister", è proprio per un'usanza iniziata con "mister Garbutt". Era il sinonimo di allenatore, in pratica, ed è motivo di orgoglio che sia stato proprio lui il primo tecnico della Roma.

Per convincerlo si mosse Ulisse Igliori. Vinse la Coppa Coni e nel 1928 andò al Napoli. Al suo posto, dopo un breve interregno di Guido Baccani, ecco un altro inglese, Herbert Burgess, cui si deve quella che fino a due anni fa era stata la migliore stagione della storia della Roma per percentuale di punti conquistati su quelli disponibili (1930/31, 75%, superata dal 76.3% della Roma di Spalletti nel 2017). I "maestri" inglesi tornarono di moda negli anni Cinquanta: positiva l'esperienza di Jesse Carver, tra il 1953 e il 1955 con lui la Roma giocò il miglior calcio d'Italia (lo ammise perfino Gianni Brera) e conquistò uno storico terzo posto. Negativa quella di Alec Stock nel 1957, vittima anche di alcuni arbitraggi e di un misterioso treno che lo portò a Napoli in ritardo in occasione di quella che sarebbe stata la sua ultima partita da allenatore della Roma.

L'altra grande scuola calcistica della fase "pionieristica" della Roma era quella ungherese e lì si andò a pescare dopo che però fu Barbesino a mettere il "marchio" sugli anni di Testaccio, sfiorando uno scudetto e una Coppa Italia tra il 1933 e il 1937. Alfred Schaffer chiese un anno di tempo. Lo ottenne e vinse il campionato, inventandosi Amadei centravanti (lo trovò come ala) e scegliendo di affidarsi al vecchio "metodo" (il 2-3-2-3 o "WW") pur essendo un ottimo conoscitore del "sistema" (il 2-3-3-2) verso cui il calcio si stava evolvendo.

Aveva capito che, al momento, era più adatto per vincere in Italia. La Roma fu l'ultima squadra a vincere col metodo, che fosse necessario evolversi Schaffer comunque lo aveva capito e consigliò Géza Kertész come suo successore perché sarebbe stato capace di cambiare l'impostazione della squadra. Il percorso fu più lungo del previsto e per lunghi anni tutti gli allenatori che ci provavano (come Senkey e Bernardini) si scontravano con la necessità di fare risultati subito, per venire sostituiti (spesso il compito toccava a vecchie bandiere come Brunella o Degni) quando non arrivavano.

Il pragmatismo fu la forza di Gipo Viani, che rinunciò al "Vianema", il modulo che lo aveva reso celebre alla Salernitana, con una sorta di finto centravanti, per puntare su un bomber come Carletto Galli. Così riportò la Roma in Serie A. La sua storia s'incrocia con Liedholm al Milan, dove inizia l'avventura da tecnico del Barone, che prima s'inventa la "ragnatela" nel 1974/75, in nome del motto «Se la palla ce l'abbiamo noi, gli altri non possono segnare», poi ci regala la Roma più bella negli anni Ottanta anche grazie a due intuizioni da grande tecnico: prima il doppio libero («Ma perché comprare Turone, se abbiamo già Santarini?» gli chiese Viola. «Non si preoccupi, giocheremo a zona». Viola si fidò), poi Di Bartolomei libero per vincere lo scudetto.

Inglesi e ungheresi, naturalmente italiani, era il momento degli svedesi. Con Eriksson per 13 partite nel 1985/86 si vide una Roma fantastica, era un allenatore moderno e non ancora "inquinato". Al suo posto tornò Liedholm, un bel terzo posto, ma, più che lui, stava cambiando il calcio.

Inglesi, ungheresi, svedesi. Ovviamente tanti italiani e un paio di argentini. Con Lorenzo arrivò la prima Coppa Italia, con Carniglia la Coppa delle Fiere. Allenò la finale, dove ce l'aveva portata Foni. Particolare il suo destino. Carniglia aveva vinto una Coppa Campioni col Real Madrid, anzi due: ma in occasione della seconda non allenò la squadra nella finale, perché Santiago Bernabeu mandò sulla panchina dei blancos Di Stéfano. Alla Roma, quindi, gli accadde il contrario. Pagò i contrasti con Manfredini e al suo posto tornò poi Foni, che era diventato famoso col catenaccio quando guidava l'Inter, ma che alla Roma seppe cambiare: con Manfredini, Ghiggia, Selmosson, Lojacono, Orlando, Schiaffino, Menichelli e non solo, costruì una Roma spettacolare e sempre votata all'attacco.

La tendenza al gioco propositivo, tutto sommato, torna spesso nella storia della Roma, non solo ultimamente. È innegabile, al di là dei gusti e delle rispettive storie, che col 4-3-3 di Zeman tra il 1997 e il 1999 e con il 4-2-3-1 di Spalletti che s'inventò Totti "falso nueve" (vincendo anche tre trofei) si sia vista una Roma bellissima. Ma siccome nel calcio non esiste mai una sola strada, la Roma ha battuto anche altre vie.

Con Herrera negli anni Settanta arrivarono una Coppa Italia e si sfiorò la finale di Coppa delle Coppe. Con Ottavio Bianchi una Coppa Italia e una Uefa sfiorata. Con Capello nel 2001 uno storico sudetto (oltre alla Supercoppa), su cui il tecnico mise la sua firma con due mosse: le fasce "libere" per Cafu e Candela, e Delvecchio centrocampista.

Capello è uno dei 18 personaggi che sono stati sia allenatori sia giocatori della Roma (nonché l'unico ad aver vinto sia da giocatore sia da tecnico). Gli altri 17 sono Masetti, Serantoni, Degni, Brunella, Bernardini, Nordahl, Krieziu, Carpi, Tessari, Spinosi, Sormani, Mazzone, Voeller, Conti, Ranieri, Montella e Di Francesco.

Fonseca, invece, è solo omonimo di un ex calciatore della Roma. È il primo portoghese. In bocca al lupo, mister. Sappia che si risponde: "Viva il lupo".