ASR TOP 11 #1 - La formazione ideale dei non romani (italiani) ma molto romanisti
Cresciuti altrove, ma adottati dalla Capitale e rimasti legati alla Roma a vita. Da Masetti a Mancini, questa maglia da quasi un secolo conquista chi la veste. Fino a diventarne tifoso
(MANCINI)
Premessa indispensabile: quello che vi proponiamo è soltanto un gioco, senza alcuna pretesa assolutistica. Vogliamo semplicemente creare tante (doppie) formazioni ideali divise per categorie, con qualche licenza tattica, pescando quanto più possibile nei 99 anni di storia della Roma (va da sé che alcuni faranno parte di più squadre, ad esempio Totti non può non essere nella top 11 dei romani e in quella dei fenomeni). L'intento è di rendere omaggio alla grandezza del Club e alle peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri. I soli 22 giocatori individuati di volta in volta necessariamente ne terranno fuori molti altrettanto meritevoli, ma le scelte sono soggettive e di conseguenza emendabili. Mandateci le vostre al numero Whatsapp 351-3939337, scrivendo all'inizio del messaggio "ASR TOP 11 - Fuori le mura (italiani)".
Senza scomodare Ius soli e Ius sanguinis, esistono diritti di cittadinanza che si acquisiscono per meriti sul campo. Così l'appartenenza romanista non è sancita esclusivamente per nascita. O per tifo ancestrale. Ma si può conquistare. In genere capita quando si è a propria volta conquistati dal fascino che questa maglia emana. Giocatori che arrivano nella Capitale, restano travolti dalla passione, si immergono nelle meraviglie della città, ne fanno propri i caratteri; attaccandosi di pari passo al Club, a quei due colori, lottando per loro, innamorandosene, restando legati a vita. In un connubio di amorosi sensi.
Accade fin dai tempi dei pionieri, a partire dal veronese Guido Masetti "che è primo portiere" di Testaccio, campione d'Italia (e due volte iridato in Nazionale), recordman di presenze fino all'avvento di Losi. E sugli spalti di Marassi il giorno del secondo Scudetto, finalmente strappato agli «squadroni del Nord», detto alla Rai con accento veneto per completare lo splendido paradosso. Il suo concittadino Giorgio Carpi non mette insieme gli stessi straordinari numeri, ma porta in dote dal Roman le prime maglie, gioca all'inaugurazione del leggendario campo di via Zabaglia e sceglie di non ricevere stipendi pur di giocare con la squadra amata, fino a meritarsi un posto tanto nella meravigliosa coreografia della Sud «Figli di Roma, Capitani e bandiere» quanto nella Hall of Fame del Club. Nella galleria delle glorie c'è anche Arcadio Venturi da Vignola, otto stagioni in giallorosso, compresa quella in B, che però -primo nella storia - non gli impedisce di indossare l'azzurro della Nazionale. E appartiene alla genia dei fedelissimi Giacomo Losi, tuttora terzo alfiere di sempre dietro i soli Totti e De Rossi. Così nella top ten delle presenze figura il riminese Sergio Santarini e proprio a partire dall'ultima giornata della stagione appena conclusa il friulano Bryan Cristante. Non ancora fra i primissimi (ma destinato a entrarci) Gianluca Mancini, romanista ad honorem per i gol nei derby, di più per la sbandierata sotto la Sud e per mille altre occasioni in cui ha dimostrato il proprio orgoglioso attaccamento alla Roma. Degno erede di Nela, Panucci e degli altri grandi calciatori rimasti legati al Club anche a fine carriera e non entrati a malincuore in questa formazione, come Monzeglio, Boni, Zigoni, El Shaarawy e chissà quanti altri. Non hanno bisogno di presentazioni i campioni d'Italia Tancredi, Ancelotti, Pruzzo, Iorio, Tommasi, Montella. Come Maldera e Delvecchio, nati «a Milano per sbaglio», ma romani dentro. O Tonetto, Perrotta e Gerolin, gregari troppo spesso sottovalutati. O lo stesso Pierino Prati, arrivato altro che a svernare come si disse, eroe di un derby epico e ancora oggi amatissimo. O Rizzitelli, capace ogni volta di commuoversi per questa squadra. Come ogni romanista vero, a prescindere dal luogo di provenienza.
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