La linea guida è Gasperini
Diretto, esigente e schierato dalla parte del gruppo soprattutto nelle difficoltà. Viaggio nella comunicazione del tecnico sempre equilibrato anche tra le intemperie del club
(GETTY IMAGES)
Dall’entusiasmo dell’ambiente come forza (e non debolezza) alla credibilità conquistata agli occhi dei tifosi, dalla volontà di costruire un nucleo forte e compatto all’obiettivo autoimposto, dall’ambizione di portare la Roma in alto alla Champions League. In fondo, le tracce dell’epilogo della stagione della Roma si possono riscontrare nella conferenza stampa di presentazione di Gian Piero Gasperini, a giugno, quando il tecnico spiega, espone e programma il futuro della squadra e del club. Diretto, chiaro, esigente. Con il gruppo e per il gruppo, fin dall’inizio quando stimola i giocatori che da lì a qualche giorno avrebbe allenato: «Vorrei che abbiano come obiettivo non tanto quello di difendere quanto fatto, ma di fare la migliore stagione della loro carriera. Non devono accontentarsi, anche se hanno 30 anni.
Questo deve essere lo spirito. Parto da una base fortunata». Perché una delle chiavi della stagione della Roma è stato il connubio tra l’allenatore e il gruppo, la «locomotiva», oltre ai tifosi, come lo ha definito Gasp dopo l’ultima gara con il Verona. E soprattutto la chiarezza del tecnico verso la squadra. In principio con la necessità di partire da un nucleo forte di 7-8 giocatori, poi con la volontà di allargare la rosa inserendo anche i nuovi e i giovani (i percorsi di Pisilli e Ghilardi, tra gli altri, ne sono l’esempio) per creare un mix e una base su cui costruire anche per le prossime stagioni. Trasparente davanti ai microfoni quanto in campo, senza fare prigionieri, perché Gasperini durante la partita stimola, richiama, dà indicazioni, sbraccia e rimprovera, se necessario. Come la recente sgridata a Pisilli nel derby («Piso ci sei o no?») o l’urlo verso Svilar in Verona-Roma, quando il portiere rilancia lungo alla ricerca di una spizzata e il tecnico insiste per giocare il pallone a terra. Lo sguardo infuocato di Mile racconta più di quanto le parole possano fare. O quando ancora dopo un errore di un singolo non è inusuale assistere a una sostituzione.
Appunto, diretto, chiaro e coerente. E sempre schierato dalla parte dello spogliatoio che elogia, più volte, nel corso della stagione definendolo sano, disponibile, applicato fin dal primo giorno del ritiro estivo e straordinario, al netto di qualche parola riservata a qualche giocatore che si è perso nel percorso e ha disatteso le aspettative iniziali (Ferguson, per esempio). Al netto dei momenti complessi: dall’inserimento di alcuni singoli alla mancanza di giocatori efficaci a livello realizzativo, prima dell’arrivo di Malen. Al netto delle sconfitte, dell’eliminazione dalle Coppe - vera ferita della stagione della Roma - , del marzo buio per risultati e prestazioni e delle intemperie all’interno del club con la vicenda Ranieri. Perché Gasp volge l’attenzione anche alla proprietà, sottolineando spesso anche l’importanza della presenza dei presidenti.
A Udine tuona in sala stampa («Mettetevi d’accordo: uno parla di Champions, uno di Under 23. Poi se non si arriverà in Champions si cambierà allenatore, fine del discorso»), poi alza l’asticella a più riprese perché «sono venuto qua per costruire qualcosa di forte» e si impone la Champions. Fino al 3-3 con la Juventus, che sembra far scivolare via le speranze, ma Gasperini incalza: «Loro hanno esultato come se avessero vinto e noi dobbiamo andare in depressione così? Animo! Te la devi giocare fino alla fine». Così è stato, fino alla fine. Perché Gasp rifugge anche dalla definizione della banda del 6° posto e rilancia: «È stata un’annata difficile per altri aspetti, non per il rapporto con i giocatori. È stata la locomotiva». Gasp, più chiaro di così.
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