Non molleremo mai
La mattina la Juve diventa campione del mondo, noi siamo a -8. Con il Pisa vinciamo 1-0 con sole 33.843 persone che però cantavano tutte. Inizia la rincorsa
«Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». Sulle note dell’Aida: «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». E poi: «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». E ancora: «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé».
E, se non è chiaro: «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». Potrei continuare per novanta minuti che sono mille righe, sarebbe un modo quasi plastico non per richiamare “Il mattino ha l’oro in bocca” scelto da Kubrick per lo Shining “italiano”, ma la Curva Sud in Roma-Pisa dell’8 dicembre 1985. Forse novanta minuti no, ma un’oretta tutta così sì.
A questa partita ci tengo da morire. E non è solo per la data, l’8 dicembre che per noi sarà sempre prima di tutto il Divino col Colonia più che l’Immacolata: forse sarà che quella mattina la ricordo bene perché mi fece male vedere la Juventus di Platini (che ca…volo di gol fece in quella gara, pure se glielo annullarono) vincere contro l’Argentinos Juniors l’Intercontinentale.
Fra Tokyo, dove la grande nemica toccava il punto più alto, e la festa delle bancarelle di San Lorenzo, dove festeggiavo il compleanno di mia madre e il quarto anniversario di Roma-Colonia, nasceva Roma-Pisa. Tredicesima giornata del secondo campionato con la Roma di Sven Goran Eriksson, quello che sarebbe dovuto essere il campionato dell’affermazione e della dimostrazione dopo che era andata male la sua prima stagione. Ma quel Roma-Pisa era davvero così piccolo… Stavamo a 8 punti dalla Juventus, che quel giorno quasi simbolicamente abbandonava il campionato per manifesta superiorità per andare a vincere quello che adesso sarebbe il Mondiale. Perché quella Roma si parametrava con la Juve. Gli Anni 80 erano nostri proprio dal 1980 (Turone), lo Scudetto, i secondi posti, le Coppe Italia e quando steccammo un campionato – l’84/85 – lo fece anche la Juve. Sembrava che andassimo a braccetto e invece quel giorno, già di mattina, la distanza s’era fatta siderale.
La distanza dagli Anni 80 in pieni Anni 80, la distanza con quella sfida da Sfide, la distanza in campionato (8 punti con i 2 a vittoria sono un’infinità), la distanza con noi stessi. Allo stadio Olimpico quel pomeriggio – la partita iniziava alle 14.30 – c’erano 33.843 spettatori!!! (ci avrei potuto, o dovuto, mettere tanti esclamative quante le righe del coro). Trentatremila e rotti (anzi 843, un bacio in testa a tutti quelli che c’erano) la Roma all’epoca li poteva fare al Tre Fontane per la Primavera (si va per iperboli eh, ma manco troppo) o per un’amichevole con la Spes Artiglio (cosa successa realmente al Flaminio): all’epoca era l’epoca che lo stadio era pieno… cercando di battere la Juve e il suo veleno.
Però, forse per tutto questo - perché Dino Viola era stato messo in mezzo nello scandalo Dundee, perché ai ragazzi del Commando sequestrarono allo stadio gli striscioni a favore del presidente - quello stadio, in quel giorno, in quella partita, è diventato lo stadio in cui si è tifato come se ne andasse della nostra vita. Forse è così. Perché è così che viviamo: amiamo a prescindere. Ho il ricordo nitido. Il resto l’ho ritrovato nei ritagli di giornale e nei siti sulla Roma che raccontano una processione (Eriksson, Romeo Anconetani Bruno Conti, Ubaldo Righetti, Franco Tancredi) per lo stesso coro: «Il pubblico è stato incredibile, non abbiamo mai visto una cosa così».
E lì, in quella curva, avevano visto la festa Scudetto e le notti di Coppa e dei Campioni… Credo che sia perfetta questa partita per raccontare di come il tifoso romanista, quando è spacciato (Juve Mondiale, campionato già da archiviare, Falcao e Agostino lontani già da un po’ così come un’epoca di sogno che sembrava essere finita col Bayern Monaco mesi prima), vince. O stupisce. Ma tanto. Roba da pupette con la bocca aperta. Mai sentito un tifo così, mai sentito un coro tanto ripetuto come quello. Mai. E “mai molleremo mai” significava tutto questo. C’era persino scritto in Curva Sud: NON MOLLEREMO MAI, firmato Ultrà Roma 77. E quello è stato uno spettacolo d’amore, ma non fine a sé stesso: da quel pomeriggio partì la rincorsa alla Juve Superstar e super campione dei supercampioni, raggiunta esattamente un girone dopo proprio col Pisa, a Pisa, in classifica, e battuta 3-0 all’Olimpico anche in 10 contro 11. Quella rimonta che la Roma ha fatto somiglia tanto all’incessante susseguirsi di quel coro: «Alé forza la Roma alé, forza la Roma alé, forza Roma alé, Roma alé, Roma alé». Dai su! Più forte!! Sempre.
(Da “Ti amo anche se vinci”, Volume I de L’Enciclopedia Romanista)
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