Dopo il gelo, il Soulé
La sterilità del primo tempo e i cattivi pensieri del calciomercato, i punti in palio e la squadra che si scioglie nella ripresa per non assomigliare più a se stessa
(GETTY IMAGES)
Era appena uscito Ferguson che, all’ennesimo traversone in area, io e tutti i seggiolini a me più prossimi venivamo letteralmente travolti da un urlo: «Ma che te crossi, che semo arti come ‘no sgabello!». Era sufficiente quell’urlo a dare la misura del momento ed a risvegliare nei più la preoccupazione di rivivere la sconfitta con il Torino. Avevamo, difatti, sino a lì dimostrato una sterilità offensiva in controtendenza rispetto alla mole di gioco prodotta. Ma, e soprattutto, avevamo rischiato in un’occasione («Se preoccupassero de confermà Svilar, altro che Raspadori …») ed in altre al Sassuolo era mancato soltanto l’ultimo passaggio («Meno male che s’addormentano sul più bello …»). Quindi, il clima si faceva via via più gelido. Perché, a quel punto, quella constatazione dettata da una sterilità offensiva quasi cronica scoperchiava il dibattito su quello che era stato dal fischio finale di Lecce in poi. E, quindi, in Tevere tornava protagonista la rivolta silenziosa di Gasperini a fine partita, quando aveva preferito il silenzio all’intemerata («Non ne può più: sò mesi che aspetta ‘na punta»); si iniziava a riparlare, con una competenza sulla struttura societaria degna di un cattedratico di Diritto Commerciale, dell’organigramma della AS Roma («Ma io non ho capito il ruolo di Ranieri: non si sente e non si vede più. Lui è indispensabile. Secondo me dovrebbero dargli la carica di Presidente, o Amministratore delegato o Consigliere d’Amministrazione. Oppure anche due cariche insieme: se po’?»); usciva quel direttore sportivo che alberga, sin dai primi anni delle elementari, in ciascuno di noi («Non si fa così il mercato: tu prima compri, poi annunci. Io avrei operato sul mercato diversamente»; «Hai ragione: da direttore sportivo, prima avrei fatto l’accordo col calciatore e poi con la società: non si fa così»; «C’hai ragione»).
Un enorme frullatore in cui, dentro, ciascuno metteva la sua preoccupazione. Che partiva dal campo («Ma un terzino a sinistra, no, eh?»; «oggi Dybala sta nella sua posizione, ma non incide tanto: deve ritrovare la forma perché è il più forte») alla panchina («Io non ho capito chi so ‘sti nomi: l’avemo comprati ‘sta settimana o so della Primavera?»). Insomma, quelle certezze che albergavano in Tevere prima della trasferta contro la Juventus e soffocate dopo la partita di Bergamo, sembravano non essere più presenti nei seggiolini, dopo il primo tempo, malgrado la vittoria di Lecce avrebbe dovuto ridare un qualche slancio.
Questo si capiva benissimo nell’intervallo, in cui, pur nella difficoltà di distinguere un seggiolino dall’altro - che noi, a Roma, appena la temperatura scende di due gradi rispetto al normale, ci copriamo, viso compreso, come se ci trovassimo, di notte, all’addiaccio, dispersi sotto il Terminillo – i commenti erano tutti tendenti allo sconforto. Il misterioso seggiolino accanto a me, ad esempio, non faceva altro, rivolgendosi all’altrettanto misterioso seggiolino accanto a lui, che dirsi preoccupato che, «se qualcosa non cambia col mercato, qui non arriviamo nemmeno in Conference». E l’altro gli faceva eco, addirittura preoccupato di essere ripreso «sicuro da Como e Bologna, ma forse pure dall’Atalanta», concludendo, bontà sua, cercando di scongiurare il dramma, con un «penso però che la Lazio, no: quella non ci riprende», quasi a volere distribuire a tutti un messaggio, comunque, di speranza per il futuro.
Ecco, in quell’ecatombe che spaziava da qui a lì, dal mercato al campo, dalla panchina a Trigoria, finalmente iniziava il secondo tempo a dirci che ancora si poteva vincere. Ma poi succedevano due accadimenti che, per chi vive la Tevere da prima dell’asilo, erano segnali inequivocabili di una tregenda in arrivo. Perché quel pallone scagliato, a porta vuota, da Tsimikas in direzione Piazzale Clodio («Dimme che c’era ‘n fallo prima, per favore...») e, a seguire, quando quel rigore, talmente tanto netto che quelli del Sassuolo non proferivano verbo, veniva revocato per un fuorigioco non di Soulé ma di un suo tacchetto («Deve giocà cò quelli de plastica, che sò più corti …»), la percezione era non solo che dal pareggio non se ne sarebbe usciti ma che, stante che al peggio non c’è mai fine, stai a vedere tu «se non ci segnano in contropiede».
Ecco, in quel preciso momento mai ci saremmo aspettati, quando mancava meno di un quarto d’ora alla fine, di assistere a quei successivi cinque minuti che avrebbero spazzato via il freddo e fatto arrivare la primavera, in Tevere, con due mesi abbondanti di anticipo. Perché, da lì a poco, nella notte più buia, il Sole. Due giocate meravigliose, difatti, iniziate con la Tevere praticamente in campo ad insultare, come un sol uomo, Celik, colpevole di avere transitato nell’area, con il pallone sul sinistro, senza mai decidersi a tirare (e lì si è andati dal «non ha tirato perché aveva paura di segnare», al «non ha tirato perché aveva paura di sbagliare»), alla Tevere, a distanza di una manciata di secondi, una volta che Konè aveva fatto quello che fa troppo poco, a idolatrarlo («Hai visto che assist ha fatto Celik per Soulé?!»), e finite con Ghilardi che faceva Mancini, Elsha che faceva Elsha e Soulé che faceva l’unica cosa che c’era da fare. A quel punto, tutti a rendersi conto che la classifica, necessariamente bugiarda, comunque ci indicava come secondi. E tutti ad interrogarsi di dove si possa mai arrivare, se solo il mercato ci desse le risposte che aspettiamo. E quando, a partita finita, scendendo le scale, sentivamo quell’ «io, al posto di Massara, a questo punto proverei a prendere Vardy e Kean», avevamo la misura che non è vero che a tutto ci possa essere un limite. Perché, alla domanda rivolta al direttore sportivo in pectore da un altro seggiolino, («Perché, secondo te po’ esse?»), questi replicava deciso, forte evidentemente della sua esperienza: «Pè me, sì». E, a quel punto, potevamo davvero finalmente tornarcene a casa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE