Quel marchio a fuoco del Commando
49 anni fa ha unito la Sud. Oggi è patrimonio genetico dei romanisti
«È la storia, non chi la racconta». Scritta da un gigante della letteratura come Stephen King, appare quasi paradossale. Da epigrafe sulla fanzine del Cucs, assume tutt’altro connotato. Come fai a raccontare qualcosa di così immenso, a condensare 49 anni di vite più che di vita, a trasmettere un coacervo di emozioni tanto grande? Come fai a spiegare l’amore? Non si può. Si percepisce e basta. Dentro, sotto pelle. E pervade i sensi. Tutti. Lo vedi in quegli spettacoli d’incanto, lo ascolti nei cori che ti rimbombano dentro, lo annusi nell’odore acre eppure familiare di torce e fumogeni. Qui nessuno deve sentirsi escluso, ogni romanista può renderlo proprio, perfino chi non lo ha vissuto. Il Commando Ultrà Curva Sud fa parte del Dna collettivo. È patrimonio genetico del romanismo. Dal 9 gennaio 1977 a sempre. A prescindere da quello che è stato, che è e che sarà.
Il Cucs è il nostro Big Bang: da lì è nato tutto. Un modo di tifare che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione, tutti malriusciti perché chiunque può ammirare o invidiare Shakespeare, Leonardo, Caravaggio, Springsteen, ma non esiste chi può eguagliarli. A nessuno in nessuna parte del mondo è riuscito quello che il Cucs ha immaginato. Realizzandolo. Quei ragazzi del ‘77 concretizzano i sogni di un popolo. Più rivoluzionari e visionari degli indiani metropolitani, più ribelli e destabilizzanti dei punk. Fanno la cosa più semplice nel modo più dirompente: unendo tutti dietro l’Idea suprema. La Roma. La fantasia al potere in giallorosso. Corpo unico fra la squadra e la sua gente, come mai è successo prima. Gente di ogni età, ceto, idea politica, provenienza, uniti in uno striscione, una sigla, un modo di essere comune. Mettendo da parte gli interessi particolari per contribuire a qualcosa di più grande. Proprio come la Roma, nata 50 anni prima dalle diverse anime della città.
Anche in questo il Cucs è l’espressione più autenticamente romanista del tifo. Il resto, tutto il resto, il «Ti amo», lo Scudetto, la finale di Coppa Campioni con Rocca in Sud, il doppio struggente addio ad Agostino, il «Che sarà sarà», le cavalcate dall’epilogo amaro e quelle esaltanti, la prima coreografia a tutto stadio, perfino le divisioni, sono frutto di quell’ineguagliabile passione che ha fatto inchinare il mondo. Tutti ne siamo figli. Chi era su quel muretto e oggi ha i capelli bianchi, chi non c’è più, chi non c’è mai stato. In ogni animo riecheggia «Dalla Curva si alzerà». Perché il Cucs è la Storia. La nostra.
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