Capello lo ha lanciato nel calcio che conta quando ancora aveva la zazzera e non c'era traccia di barba sul suo volto, Spalletti lo ha fatto maturare e crescere, con Ranieri ha vissuto il suo anno più prolifico dal punto di vista realizzativo, con Luis Enrique ha fatto anche il centrale di difesa, con Zeman non è mai scattata la scintilla (anche perché il boemo gli preferiva Tachtsidis), con Rudi Garcia è tornato a giocare ad altissimi livelli dopo un biennio tra luci e ombre. Tutti, in ogni caso, hanno fatto di Daniele De Rossi il fulcro della Roma, riconoscendone le doti di leader fin da ragazzo: lo spessore umano, le qualità tecniche e l'intelligenza dentro e fuori dal campo hanno fatto il resto.

Tutti gli allenatori di Daniele de Rossi

A Roma Ddr ha avuto tredici tecnici, escludendo Claudio Prandelli (che non ha mai allenato i giallorossi in partite ufficiali) me tenendo in considerazione Ezio Sella, che sulla nostra panchina si è seduto in una notte europea del 2004, al Santiago Bernabeu, in cui il biondo di Ostia, all'epoca ventunenne e con il numero 4 sulle spalle, si tolse anche la soddisfazione di segnare. Sono cambiati i moduli, il gioco, il modo di comunicare, persino il ruolo di De Rossi in campo, ma nessuno ha mai pensato di privarsi della sua esperienza, del suo carisma e della celeberrima vena, celebrata ormai in tutte le salse. Troppo importante la sua capacità di dare equilibrio e di "cucire" il gioco tra difesa e centrocampo, troppo importanti quei suoi ripiegamenti nell'area romanista per chiudere sugli inserimenti avversari. Ma Daniele è anche tanto altro: è l'uomo che, almeno da quindici anni a questa parte, meglio di chiunque altro può far capire a un tecnico non romano cosa rappresenti la Roma.

Stima universale

Il discorso resta valido anche al di fuori del Raccordo Anulare: non può essere un caso che ogni Ct lo abbia voluto in Nazionale. Lippi gli ha affidato un calcio di rigore nella finale dei Mondiali 2006, quando Ddr doveva ancora compiere ventitré anni; Donadoni lo ha confermato in cabina di regia, così come Prandelli e Conte, che su di lui hanno costruito le rispettive squadre. Nessuno ha mai pensato, neppure per un secondo, di privarsene. Lo stesso Roberto Mancini aveva parlato con lui per convincerlo a tornare in azzurro non più di un anno e mezzo fa. Perché in più di una circostanza il Capitano si è rivelato allenatore in campo, l'uomo che meglio di chiunque altro ha saputo trasmettere ai compagni quello che potremmo definire "l'imprinting del tecnico". Anche per questo in molti sostengono che il suo destino sia quello di accomodarsi in panchina. Ammesso che si possa far stare seduto uno come lui, il che è tutto da dimostrare.

Condottiero e scudo

Capello consegna a De Rossi il premio Bulgarelli @LaPresse

«Daniele era già pronto per stare in quella Roma»: parola di Fabio Capello, che al Romanista ha raccontato i primi passi di un Daniele diciannovenne tra mostri sacri del calibro di Totti, Batistuta, Cafu e Montella. Prima l'esordio in Champions, il 30 ottobre 2001 con l'Anderlecht, poi quello in Coppa Italia un anno dopo, e a gennaio 2003 la prima in A contro il Como. I primi due gol, quindi la costante crescita che lo ha portato a diventare un titolare inamovibile.

De Rossi e Spalletti a colloquio @LaPresse

È con Spalletti però che Ddr si consacra a livello internazionale: in coppia con Pizarro nel 4-2-3-1 e finalmente con il 16 sulle spalle, si rileva il prototipo del mediano moderno, capace di abbinare quantità e qualità. Quando in panchina arriva Ranieri, Daniele riscopre la sua vena realizzativa e sfiora uno Scudetto incredibile: sembra quasi un disegno del destino che un suo gol chiuda quella stagione, in un Bentegodi quasi per intero giallorosso. È lui a decidere l'esordio di Montella sulla nostra panchina, con un gol a Bologna che ci regala tre punti. Ed è sempre lui a difendere a spada tratta Luis Enrique dalle feroci critiche di molti tifosi e addetti ai lavori. «La sua è stata una stagione particolare - dirà il Capitano nel 2015 - Non è stato compreso molto dall'ambiente. Mi ha fatto piacere che abbia vinto tutto a Barcellona perché è una brava persona e un bravissimo allenatore».

De Rossi e Rudi Garcia in conferenza stampa @LaPresse

Più tormentato il rapporto con Zeman, che lo fa giocare poco e niente: tra i due non scatta mai la scintilla, e solo con l'arrivo di Andreazzoli si rivede De Rossi stabilmente in campo. Discorso diverso per quanto riguarda Rudi Garcia, che ha sempre un occhio di riguardo e non risparmia mai parole al miele nei confronti dei suoi due condottieri, Daniele e Francesco. Come con Montella, Ddr segna all'esordio del francese sulla panchina della Roma, nella vittoria per 2-0 a Livorno. Quindi il ritorno di Spalletti: l'età avanza, ma il 16 vive una seconda giovinezza, che prosegue con l'arrivo di Eusebio Di Francesco. È storia recente, la prima del dopo-Totti: Capitan Futuro diventa Capitan Presente e guida la Roma fino alla semifinale di Coppa dei Campioni. Chiunque sieda in panchina, comunque, sa che può contare sempre su Daniele: che ci mette la faccia anche nei momenti più difficili, difendendoli dalle critiche. Come il leader che è sempre stato.

Di Francesco e Daniele in un Roma-Frosinone @LaPresse