Correva l'anno duemiladue. Era il diciassette dicembre. In meno di diecimila tifosi si erano dati appuntamento all'Olimpico per la partita di coppa Italia che la Roma doveva giocare contro la Triestina, fischio d'inizio le diciassette e trenta. Qualificazione (ai rigori) a parte, furono fortunati. Perché possono dire di esserci stati alla seconda di Daniele De Rossi (l'anno precedente aveva esordito in Champions League contro l'Anderlecht) con la Roma dei grandi, in campo a quindici minuti dal novantesimo prendendo il posto di Tomic e un cartellino giallo, capace di andare sul dischetto per il primo dei calci di rigore e segnarlo, a diciannove anni compiuti nel luglio precedente, l'ambizione e il carattere per cominciare una lunga e grande storia d'amore che, in ogni caso, non si interromperà domenica prossima.

Quella partita contro la Triestina, di fatto fu la svolta per la carriera di De Rossi. Sulla panchina di quella Roma c'era Fabio Capello e non crediamo di dover aggiungere nient'altro. Il tecnico del terzo scudetto e di una Supercoppa, ma anche l'allenatore che ha avuto il pregio di lanciare il Sedici. Ha avuto ragione.

Capello se la ricorda quella prima volta di De Rossi?
«Benissimo. Perché il ragazzino lo stavo seguendo da tempo».

Andava a vedere gli allenamenti della Primavera?
«No, si allenava con noi già da un po' di tempo. E con lui c'era sempre anche Alberto Aquilani».

Che in quella partita contro la Triestina fece esordire da titolare, mentre De Rossi andò in panchina.
«Vero. E sa perché?».

Ci dica.
«Perché in quel momento mi sembrava più pronto Aquilani. La partita con la Triestina mi fece cambiare idea».

In che maniera le fece cambiare idea?
«Schierai Aquilani titolare. Mi resi conto che sentiva il peso di giocare con i grandi, non era naturale nel suo gioco come lo era quando si allenava con noi. Lo sostituii».

De Rossi invece?
«Lo mandai in campo mi pare a una quindicina minuti dal termine. Entrò e giocò come se fosse la partitella del giovedì a Trigoria».

Presuntuoso?
«No, naturale e con la qualità che avevo già intravisto negli allenamenti che faceva con noi. In quella partita capii che era pronto. E qualche giorno dopo ne andai a parlare con il presidente Sensi».

Cosa gli disse?
«Che i due ragazzini erano bravi e che avrebbero fatto un carriera importante. Ma aggiunsi che dovevano fare percorsi diversi».

Quali?
«Consigliai Sensi di dare in prestito Aquilani per mandarlo a giocare, mentre De Rossi era già pronto per stare in quella Roma».

Una Roma importante, oltretutto.
«L'anno prima avevamo vinto lo scudetto e continuavamo a essere una squadra di vertice. E De Rossi si dimostrò subito all'altezza. Sensi che aveva il pregio di saper ascoltare, mi diede retta».

Cosa le piaceva di quel De Rossi appena maggiorenne?
«Qualità e personalità. Ne discutevo spesso con il mio vice Italo Galbiati che mi parlava benissimo di Daniele. E Galbiati vi assicuro che era uno che con i giovani aveva un occhio particolare, sapeva riconoscere le categorie dei calciatori».

All'epoca avrebbe scommesso che De Rossi avrebbe fato la carriera che poi ha fatto?
«Sì, perché aveva tutto, visione di gioco, personalità, piedi buoni, fisicità e una qualità che hanno pochi giocatori, quella di essere in campo sempre al posto giusto nel momento giusto».

Centrale di centrocampo è stato sempre il suo ruolo?
«Queste sono cavolate. Soprattutto con un calciatore come De Rossi. Daniele in campo può fare tutto, mediano, regista, intermedio, centrale difensivo, volendo pure attaccante visto che da ragazzo giocava centravanti».

Cosa ha pensato quando la Roma ha comunicato di avergli dato la mano e salutato?
«Queste sono cose interne e inerenti alla gestione di una società che solo chi sta dentro può valutare nella sua interezza. Però...».

Però?
«Aggiungo solo che secondo me Daniele poteva avere un ruolo di grande importanza all'interno dello spogliatoio anche giocando solo venti partite a stagione».

Come dire che la Roma ha sbagliato?
«Prossima domanda».

De Rossi ha già dichiarato di pensare di voler fare l'allenatore. Capello cosa ne pensa?
«Che, come sempre, De Rossi ha pensato giusto. Ha tutto per farlo. E sa perché?».

Perché?
«Perché i più grandi allenatori sono stati quasi tutti centrocampisti. Come Daniele».

Dunque: Guardiola, Ancelotti, Mourinho, Conte, Liedholm, Capello...