A Roma è contestazione: vera, dura e da quello che si percepisce sarà anche duratura. Ieri la Curva Sud ha convocato un sit-in di protesta alle 15 nei pressi di piazzale Marconi, a due passi dalla nuova sede giallorossa di Viale Tolstoj all'Eur. Una convocazione veicolata attraverso un volantino divulgato giovedì sui social che invitava a scendere in piazza coloro i quali si sentivano "traditi nell'animo" per la scelta della società di non rinnovare il contratto di Daniele De Rossi.

I primi gruppetti arrivano in anticipo sull'appuntamento prefissato e in una manciata di minuti il piazzale comincia a riempirsi. Prima solo qualche centinaio di persone che nel picco massimo della protesta sfioreranno le duemila unità.

A separare il gruppo dall'ingresso della sede ci sono uno striscione «Le bandiere non si ammainano, si difendono e si onorano», due camionette della Polizia e una ventina di agenti in assetto antisommossa. Del loro intervento non ci sarà bisogno perché i tifosi romanisti sono incazzati ma si fanno sentire in maniera civile. La protesta vera e propria è preceduta dalla distribuzione di due gruppi di volantini: uno che riproduce il murales di De Rossi apparso ad Ostia la scorsa settimana con la scritta "Le leggende non si toccano!", l'altro con la faccia del presidente e l'invito a lasciare la Roma.

Nel calderone degli insulti ci finiscono tutti coloro ritenuti responsabili del divorzio dal Capitano. I più bersagliati dai cori sono James Pallotta, Franco Baldini e Mauro Baldissoni. La folla si rivolge con veemenza verso il palazzo in cui ha sede il club e qualcuno, per un attimo, è convinto di aver avvistato il vicepresidente sul balcone scatenando i fischi è gli ululati della folla. Ma è solo una svista, perché in realtà nelle stanze di viale Tolstoj non c'è nessuno dei personaggi citati, nemmeno Baldissoni che in quel momento era alla stazione Termini in partenza con la squadra per Reggio Emilia dove oggi la Roma sfida il Sassuolo.

L'addio di De Rossi, inaspettato per tempi e modalità, ha fatto precipitare il rapporto già conflittuale tra la Roma e la parte più calda del suo tifo. È riuscito ad unire una tifoseria che è spaccata su quasi tutte le questioni. La dimostrazione è data dalla folla eterogenea che si è radunata ieri: i ragazzi dei gruppi organizzati della Sud e signori un po' più attempati in maniche di camicia e cravatta appena usciti dall'ufficio, giovanissimi e padri con i figli piccoli a cavalcioni sulle spalle.

Tutti insieme, uniti, per rivendicare l'appartenenza popolare del club sintetizzata dallo striscione: «L'As Roma è la nostra leggenda…Solo gli indegni la chiamano azienda», in riferimento al termine usato dal Ceo Fienga durante la conferenza di commiato di De Rossi.

La rabbia travolge anche il progetto del nuovo stadio che dovrebbe essere l'unico tema in grado di unire tutte le componenti del mondo Roma. Ma il coro reiterato «Noi lo Stadio non lo vogliamo» e lo striscione «No al nuovo Stadio» segnano uno strappo anche su questo argomento. Con il passare dei minuti gli insulti lasciano spazio ai cori di incitamento per la Roma e d'amore per De Rossi («Uno di noi, Daniele uno di noi» è il coro più gettonato).

La contestazione dura circa due ore poi, in maniera composta, le bandiere vengono ammainate e la folla si scioglie. La sensazione è che questa non sarà l'ultima protesta.