Ricomincia da trentasette la Roma. Ovvero i minuti, recupero compreso, che hanno separato il gol del secondo pareggio siglato da Perotti contro la Fiorentina dal triplice fischio di Massa. È stato allora che il gruppo ha dato qualche segnale di risveglio. Ancora timido, ma in controtendenza rispetto al nulla offerto nell'ultimo mese.

Adesso il calendario porta a Marassi, sponda blucerchiata, contro una squadra che nonostante la recente sconfitta col Toro tallona i giallorossi ancora troppo da vicino per quelle che erano le rispettive ambizioni stagionali. Tre i punti che separano la Sampdoria da quel gruppone all'inseguimento delle milanesi di cui fa parte anche la Roma. In piena terra di nessuno: un guado che nessuno si aspettava di dover percorrere, ma che adesso rappresenta la realtà. E richiama l'esigenza di doversi sporcare, facendo un bagno d'umiltà e mettendosi a lottare con avversari sulla carta inferiori, ma che l'andamento del campionato ha innalzato quantomeno sullo stesso piano.

Crocevia fondamentale per continuare a nutrire speranze europee o riporre definitivamente i residui di sogni nei cassetti, è ancora una volta Genova. Poco più di un anno fa - in un altro momento estremamente complicato - arrivò un pareggio in extremis. Anche allora i giallorossi sembravano incapaci di reagire alle avversità, piombati in una spirale di partite senza vittoria. Fu Edin Dzeko all'ultimo minuto a rimettere in piedi l'ennesima gara nata male. Un gol per la Roma e per se stesso, che proprio in quei giorni di fine gennaio sembrava a un passo dall'addio alla Capitale, destinazione Londra Ovest, chiesto a più riprese da Antonio Conte, allora sulla panchina del Chelsea. L'accordo sfumato nelle ultime ore del mercato invernale, il destino, forse anche quella rete in pieno recupero, hanno poi cambiato la storia.

Il bosniaco è rimasto a Roma, dove da cannoniere di razza si è evoluto in trascinatore. La strepitosa cavalcata europea della scorsa stagione porta la sua firma in calce. E anche quella in corso si era aperta con il suo marchio impresso: prima giornata, trasferta col Torino, uno straordinario sinistro al volo del numero 9 a regalare i tre punti ancora nel finale di partita. Poi però le firme in campionato sono rimaste poche, appena sette (complice anche un infortunio che lo ha tenuto fuori a dicembre) e tutte fuori casa. I gol all'Olimpico sono arrivati soltanto nel girone di Champions (cinque), ma anche la competizione che più lo esalta è stata salutata fra mille rimpianti, con due errori decisivi nei supplementari di Oporto. Quella sera non è stata soltanto salutata la coppa, ma anche diversi pezzi importanti: dal tecnico al ds, passando per lo staff medico.

Eppure la Roma non si è ripresa, infilandosi anzi in un altro circolo vizioso. Una sola vittoria nell'ultimo mese, poi tutte sconfitte e il pareggio coi viola. In rimonta, come poche altre volte è capitato in stagione. Ma con una voglia inedita in questa fase di risalire la china e cercare la vittoria fino all'ultimo istante. Anche dando fondo alle energie nervose. Alla rabbia e alla grinta che sembravano smarrite e sono invece ricomparse. A partire dal volto di Daniele De Rossi, seduto in panchina ma pronto a caricare il gruppo anche dall'esterno, come sempre. Quella mano data a Dzeko a fine match per rialzarlo da terra è più di uno scambio fra leader. È il gesto simbolico che sembra dire: «Proviamoci ancora».