Cose che Capitani possono dirle. Cose fra Capitani, figli di Roma e bandiere. Cose che Totti rivolge pubblicamente a De Rossi: «Nessuno può mettere in discussione quello che ha fatto e quello che farà per la Roma», il messaggio social del Capitano di ieri diretto a quello di oggi. Con tanto di foto che li ritrae abbracciati, il 28 maggio scorso, giorno dei sentimenti romanisti esternati senza vergogna e con orgoglio. E con orgoglio e senza vergogna ci si può schierare al fianco di un amico, senza per questo affrancarlo dalle responsabilità. Anche quando - soprattutto quando - il mondo reclama le famigerate "punizioni esemplari", si distingue chi mantiene la necessaria lucidità per ammettere gli errori dell'erede, evitando però di spianare fucili.

De Rossi ha commesso uno sbaglio grave. Senza se e senza ma. Ha sbagliato perché senza il gesto sconsiderato di Genova, la Roma avrebbe probabilmente due punti in più. Ma la critica, sacrosanta, nel giro di poche ore si è dilatata in attacchi personali di gusto infimo. Con il consueto plotone d'esecuzione schierato al completo: dai video postati da sedicenti attori un minuto dopo il fattaccio; ai commenti al vetriolo intrisi di demagogia e luoghi comuni assortiti, apparsi più o meno ovunque, a partita in corso o pochi istanti dopo il fischio finale. Forse per questo Totti ha avvertito l'esigenza d'intervenire, riportando il discorso nell'alveo più adeguato: «Tutti hanno il diritto di sbagliare. Daniele ieri ha sbagliato ed è il primo a saperlo».

Francesco è passato prima di DDR dalle forche caudine di certi moralismi d'accatto. Anche lui ha commesso qualche ingenuità che gli è costata carissima. Anche lui è stato fumantino in campo e a volte ha avuto il senno offuscato dall'adrenalina. Anche lui ha sbagliato e ha pagato. Come pagherà De Rossi, che comunque non ha nascosto le proprie colpe già a caldo, presentandosi davanti a microfoni e telecamere e chiedendo scusa a tutti: compagni, allenatore, società e tifosi. Com'era giusto che fosse. C'è un filo tutt'altro che sottile a legare le due bandiere. È un filo intrecciato di amore per la maglia, di fedeltà, di fasce al braccio che rappresentano molto più di un grado. Intrecciato anche di errori, perfino gravi, ma mai negati. È il filo che fa dire a entrambi, a distanza di pochi mesi, parlando l'uno dell'altro: «È il nostro capitano».