Ci sono partite che passano alla storia non per il risultato, né per un gesto tecnico all'interno del campo, ma per lo spettacolo dagli spalti. Ci sono partite in cui i tifosi si fanno protagonisti persino più dei calciatori, rubando la scena ai campioni che si muovono all'interno del rettangolo verde. È il caso del 20 marzo 1985, quando allo Stadio Olimpico si gioca il ritorno dei quarti di finale di Coppa delle Coppe tra Roma e Bayern Monaco.

Quella partita, pur terminata con una sconfitta, è impressa come un marchio a fuoco nel cuore di tutti i tifosi romanisti. È la partita in cui, per l'ennesima volta, la Roma riceve dalla sua gente una dichiarazione d'amore incondizionato ed eterno. «Che sarà, sarà... Ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem, che sarà, sarà...». È un canto che nasce ovviamente dalla Curva Sud, cuore pulsante del tifo giallorosso, ma che pian piano coinvolge tutto lo stadio. Sciarpe al cielo, si canta a pieni polmoni. La Roma allenata da Eriksson è sotto 1-0 e, dopo il ko per 2-0 in terra bavarese, l'eliminazione si fa sempre più concreta. Un gol di Lothar Matthaeus su rigore ha portato in vantaggio i tedeschi e i minuti passano: Pruzzo si fa male e all'intervallo è costretto a lasciare il campo, Cerezo e compagni non riescono a trovare il gol, ma il pubblico non può abbandonare la Roma. Ecco perché intorno al quarto d'ora della ripresa si alza un canto dai ragazzi del Cucs, sulle note della vecchia canzone resa celebre da Doris Day, Que serà serà (Whatever will be, will be): è un brano scritto quasi trent'anni prima per il film di Alfred Hitchcock L'uomo che sapeva troppo.

Noi ci saremo sempre, comunque andranno le cose: è questo il messaggio di quelle migliaia di persone che per mezz'ora fa da colonna sonora alla partita. Nela pareggia i conti, ma subito dopo Kogl riporta in vantaggio il Bayern Monaco: il canto va avanti, sembra quasi voglia durare in eterno, ben oltre il fischio finale del cecoslovacco Christov. Non è una resa, anzi, è l'esatto opposto. Quel «Che sarà, sarà...» era - e resta tuttora - l'abbattimento di qualsiasi barriera e di qualsiasi condizione all'amore per la Roma, è l'incapacità di concepire una vita senza quel sentimento, senza quel sacro fuoco che ti brucia dentro.

«Io sono rimasto sconvolto da quello che è successo all'Olimpico - dirà in seguito il tecnico del Bayern Monaco, Udo Lattek - In tanti anni di carriera non avevo mai visto una squadra che sta perdendo, che è eliminata dalla Coppa, sostenuta così dai propri tifosi. Semplicemente meraviglioso. Vorrei poterlo avere io un pubblico del genere! In Germania una cosa del genere non sarebbe mai e poi mai accaduta. Che spettacolo! Quasi mi sono emozionato». Gli farà eco anche il centrocampista Soren Lerby: «È stata una cosa entusiasmante, lo spettacolo di folla più bello e più vero che io abbia mai visto: non lo scorderò mai. Sono gli italiani i veri, grandi tifosi di calcio, ed io sono orgoglioso di avere giocato e vinto davanti alla gente della Roma. Mi hanno commosso e invidio i giocatori giallorossi per questo». C'è un detto secondo cui ricevere gli onori dell'avversario sia il riconoscimento migliore che si possa avere. Ma il punto è proprio questo: i riconoscimenti lasciano il tempo che trovano, anzi, proprio non interessano, quando hai un amore del genere. Perché è tutto ciò di cui hai bisogno.