Che si fosse arrivati ai titoli di coda lo avevano capito quasi tutti nella mattinata di giovedì scorso. Aeroporto di Oporto, incrocio tra una quindicina di tifosi e i dirigenti della Roma. Dito puntato su Ramon Rodriguez Verdejo, el senor Monchi. Scambio di battute pesanti, al punto che il dirigente spagnolo, una volta sbarcato a Roma, si affrettò a chiedere scusa, via social. Ma il punto che vogliamo sottolineare non è questo. Il punto è che in quello scambio di battute, c'era la conferma di come Monchi non fosse più Monchi. Cioè il motivo con cui, quandò arrivò, ci spiegò il motivo della sua scelta Roma. Quello, appunto, di un progetto che gli avrebbe permesso di continuare a essere se stesso, quello che a Siviglia aveva stupito il mondo, quello che aveva alzato nove coppe al cielo, quello osannato in mezzo al campo a Siviglia nel giorno dell'addio. Una scelta, da parte della società, che fu avallata da tutti, anche per il respiro internazionale che poteva garantire al club giallorosso che si era assicurato quello che, in Europa, era considerato il più bravo. Adesso lo è diventato Walter Sabatini dopo che questa città, da molte parti, nei suoi tormentati anni romanisti, lo ha insultato nelle maniere più volgari immaginabili. Monchi ha vissuto la stessa via crucis, è arrivato da vincente, se ne è andato da sconfitto, fermo restando che nella sua avventura romanista di errori ne ha commessi parecchi e siamo convinti che lui sia il primo a saperlo.

Ma a noi, con tutto il rispetto, di Monchi (che già da un po', peraltro, aveva maturato l'idea di un addio anticipato forse anche perché avvertiva l'ombra di qualcuno) interessa il giusto, quello che ci preme è la Roma. Che, ora, deve fare i conti con l'azzeramento di un progetto, pur se impreziosito da una semifinale di Champions che forse ci ha fregato un po' a tutti. Perché quel progetto è durato seicentottantrè giorni: 24 aprile 2017 il comunicato della firma di Monchi con il presidente Pallotta esultante per «l'arrivo di un delle menti migliori del calcio»; ieri un altro comunicato ufficiale per una rescissione consensuale di un contratto che prevedeva altri due anni, più un'opzione per una quinta stagione. Con Pallotta che ha lasciato il compito delle parole formali al Ceo Guido Fienga («Gli auguriamo le migliori fortune per la sua carriera»). Bisognava cambiare, su questo non ci sono dubbi, è stato fatto, anche se con un ritardo per certi versi inaccettabile.

La situazione era diventata (da un po') senza ritorno. Si doveva fare qualcosa. Per l'oggi e, soprattutto, il domani. L'oggi sono dodici partite fondamentali con Ranieri sul ponte di comando, obiettivo (tosto) di poter tornare ad ascoltare la musichetta Champions. Per il domani c'è la necessità di prendere atto degli errori commessi, metabolizzare, avere un progetto chiaro in testa, a partire dal prossimo allenatore, dare maggiore fiducia e ascolto ai dirigenti che sono a Trigoria (almeno quelli rimasti), senza che nessuno, pur non volendo, continui a far sentire la sua ombra. Perché da queste parti l'unica ombra accettabile è quella del Colosseo.