Il 21 giugno 2006, mentre i tre quarti dei miei compagni esultavano che neanche un gol della Roma al 90' per l'uscita di Ungaretti alla prima prova della maturità, io mi chiedevo: «E mò, che cazzo scrivo?». Poi l'occhio mi cadde su una delle tracce del saggio breve/articolo di giornale: "Il distacco nell'esperienza ricorrente dell'esistenza umana; senso di perdita e straniamento, fruttuoso percorso di crescita personale". Distacco. Senso di perdita e straniamento, crescita personale. Era l'anno dei Mondiali, quelli del 2006: Francesco Totti era reduce da un grave infortunio, ma era riuscito comunque a rimettersi in piedi in tempo per partecipare alla spedizione in terra tedesca.

Per la prima volta, però, il me diciannovenne aveva percepito - forte e chiaro - il senso del passare del tempo. Maledetto tempo! Mi ero reso conto che quello che era il mio idolo non sarebbe durato per sempre. Perciò iniziai a scrivere. Era un articolo di giornale che si proiettava nel futuro, scritto per un quotidiano sportivo: immaginavo l'addio al calcio di Totti, dopo un'intera carriera con la maglia della Roma. Ovviamente non potevo sapere che quel giorno sarebbe arrivato undici anni dopo. Pensavo avesse davanti al massimo altri cinque o sei anni di carriera, non un decennio abbondante.

Ne venne fuori un articolo abbastanza retorico e strappalacrime, credo, come del resto era nei miei intenti. Che si fotta Ungaretti, meglio Totti! La verità è che mi divertii veramente un sacco, e forse quel 21 giugno 2006 - più di ogni altro - mi ha indicato la strada, facendomi capire sul serio quanto amassi scrivere. Non sognavo di fare il giornalista sportivo, non era neanche lontanamente nei miei pensieri: stavo per iscrivermi a Lingue, lanciandomi verso un futuro che non avevo per nulla chiaro.
Però quel giorno sentii scattare qualcosa: ingranaggi mai percepiti prima (o forse semplicemente ignorati fino a quel giorno) presero a muoversi. «La Roma, la scrittura… Ma vuoi vedere che tutta ‘sta roba, forse forse, c'ha un senso?», mi dicevo mentre la penna Bic nera volava sul foglio protocollo. All'una e mezza ero fuori. Ricordo che faceva un caldo illegale, ma mi sentivo lo stesso fresco come una rosa: andai al bar e presi il caffè più buono che - ancora oggi, sedici anni dopo - io abbia mai bevuto nella mia vita.

Ogni tanto mi dicevo: «Ma come cazzo m'è passato per la testa di immaginare l'addio al calcio di Totti nella prima prova della maturità?!», anche se in realtà sapevo che era stata la scelta giusta. E se alla Prof non fosse piaciuto, se avesse trovato sacrilega la mia scelta? Ungaretti? No, Totti. Ma soprattutto: perché cazzo avevo deciso di chiudere l'articolo citando "L'addio ai monti" di Manzoni? Boh. So solo che il cuore mi batteva in maniera diversa e quel caffè era così buono e faceva caldissimo, ma io non sudavo