AS Roma

Kawasaki e “Pecce”, volere e volare

Immensi ma sfortunati terzini giallorossi degli Anni '70, rimasti tuttavia nel cuore e nella memoria dei tifosi anche a distanza di 50 anni

PUBBLICATO DA Mauro De Cesare
15 Giugno 2022 - 10:08

Volare sulle ali di due terzini, che al mondo nessuno aveva. Sarebbero stati i più forti di sempre e di tutti. Oggi si può dissertare su esterni bassi, le due fasi che se non sono nel tuo dna, sai già che resterai senza gloria, nel dimenticatoio o quasi.
Francesco Rocca, o solo Kawasaki, Francesco Peccenini, o solo Pecce. La Roma degli Anni 70, mezzo secolo fa, brillava per la lucentezza di due terzini, oggi esterni bassi (se volete). Ma la Roma ha sempre pagato dazio alla Dea Bendata. Spietata, sì. In particolare con loro due. E, tra il prima e il dopo, anche con altre Leggende.

Kawasaki, solo e per natura di piede destro, giocava a sinistra. Come fare a crossare? Sessanta metri che rubavano gli occhi e li riempivano di incredulità ed entusiasmo ai tifosi, che si alzavano (a turno) in piedi dalla Tevere o dalla Monte Mario. Arrivava sul fondo con dieci metri di vantaggio su chi, sfiatato, aveva provato inutilmente a tenere la sua ruota. Mezzo giro su se stesso, palla sul destro, cross perfetto e Piero-gol, o solo Pierino Prati, sbatteva in porta a scuotere la rete.

Ma Liedholm, il Mister, non era contento. Lui che ti faceva allenare spingendoti… «Scarnecchia è come Eder», o «Antonelli è come Cruyff». Solo leggendarie battute, sprecate e neppure accennate con Francesco Rocca. E, allora, al Tre Fontane ore e ore di muro, cosa sconosciuta ai mister del terzo millennio. La perfezione delle cose semplici, non facili. La differenza è profonda. Poi partitella. Kawasaki terzino sinistro che, proprio con quel piede, deve rimettere (con precisione svizzera degna del miglior Rolex) al centro dell'area.

Poi, un giorno.

Maledetta e fin troppo curata erbetta del campo Tre Fontane. Lui giocherella con l'ex arbitro Riccardo Lattanzi e alcuni compagni, reduce dalla Nazionale, portandosi dietro un doloretto al ginocchio. Che cede all'improvviso, uno schianto. Kawa sviene. Colpito da nessuno, anzi dalla "maledizione". Dopo. Intervento. E invece di aspettare gli attuali otto mesi o un anno per guarire, prova a spiccare il volo come prima, più di prima, a sei mesi dall'operazione. Ma niente. La maledizione ha avuto il sopravvento, come una malefica fattucchiera. Mille incubi. Gioca, ma è zoppo. Si arrende solo dopo anni. E quel dopo? Cosa c'è dopo? Solitudine e fin troppa indifferenza. Roma divora e divorerà. No, troppe volte Agostino viene chiamato in causa. Ago, tranquillo. C'è l'intervallo.

E Pecce? Stessa sciagura e sfortuna piomba sul domani di due ragazzi. Accomunati in tutto e per tutto, loro padroni delle fasce, che non erano terra nella quale avventurarsi. Per nessuno. Veloce, tecnico o dal grande dribbling: non ce n'era per nessuno. Ginocchio, anche Pecce! Gioca, è zoppo. Terzini allo specchio. Ma non quelli che distorcono la realtà, quelli dei luna park. Stavolta non ti diverti né sorridi. Franco ha il tempo di regalarci un sogno e un ricordo senza tempo, un po' ingiallito dagli anni. Ma eterno.
Derby, diluvio. Derby di bulli e bulloni, era la Lazio di Chinaglia. Secondo tempo, Pecce consuma la fascia destra, cross basso e teso. Pierino in agguato, piattone, gol e corsa sotto la Sud a braccia la cielo, occhi e vista coperti dai lunghi capelli zuppi di pioggia. Mezzo secolo fa. Ma i romanisti non dimenticano. No, non dimenticano.

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