AS Roma

Un padre e un figlio con un solo abbraccio

La storia di Gabriele e di Francesco nel giorno della finale di Conference League a Tirana vinta dai giallorossi

PUBBLICATO DA Danilo PER LA ROMA
08 Giugno 2022 - 08:54

Per raccontare la ROMA molto spesso ricorro alle storie dei tifosi piuttosto che alla descrizione di un'azione da gol. Sfuggirà il senso, di questo paradosso, agli sportivi, a tutti coloro che guardano una partita di calcio cercando semplicemente il gesto tecnico per ritrovarsi, inevitabilmente, con lo sguardo fisso verso il dito – il campo – invece che la luna: gli spalti, i Romanisti.

Per questo voglio parlarvi di Gabriele. Anzi... per questo voglio parlarvi di Gabriele e di Francesco, di un padre e di un figlio. E di questa squadra di calcio che fa parte della loro famiglia come quei valori che si portano in staffetta tra le diverse generazioni per conservarne l'anima, le parole, gli insegnamenti. Francesco, dieci anni e un nome speciale, la ROMA se l'è incastonata nel cuore da subito, vicino alla madre e alla sorella più piccola che tortura con i suoi scherzi che da grande trasformerà in baci. Accanto al nonno con il quale chiacchiera fitto fitto dopo le partite, perché prima non lo chiama mai per paura che la nonna possa dirgli "buona partita". Perché una buona partita, per lui, è solamente quella vinta e, allora, non si dice mai prima.

Francesco che non esce di casa senza il cappello perché lo devono vedere tutti che lui è della ROMA, Francesco che ama Pellegrini e magari – chissà – da grande sarà il suo, di figlio, a chiamarsi Lorenzo. Dentro la vita di questo bambino ci sono i cori della Curva scritti sul diario e le maglie conservate con la cura che si dedica alle cose importanti per sostanza prima che per valore. E c'è un rapporto speciale con suo padre, Gabriele. Che è abbonato da quando il ragazzino era lui, lui che poi è cresciuto e con i suoi amici ha girato l'Italia collezionando trasferte tra vittorie di prestigio, scialbi pareggi e sconfitte brucianti.

Qualsiasi risultato, però, non ha mai scalfito la sua passione, granitica come la convinzione che, in questa stagione, saremmo arrivati in finale di Conference. E la finale è arrivata per davvero. Come l'agognato biglietto e l'idea, ancora una volta, di seguire la ROMA come, negli anni, in autostrada verso un desolante pareggio a Piacenza così – con lo stesso spirito – il 25 maggio in aereo verso il trionfo in Albania. E quando tutto sembrava scritto, con il volo prenotato e l'attesa già a bruciare le sue giornate è accaduto quello che solamente un papà, prima che un tifoso, riesce a concepire: rinunciare. Rinunciare ad andare, già. Fare un passo indietro per farne due-dieci-mille verso quel bambino e scrivere, insieme, non solo una pagina nella storia della ROMA ma anche della loro famiglia. Rinunciare per stare al suo fianco e asciugare, eventualmente, le sue lacrime o per condividere una gioia scintillante come un fuoco d'artificio che esplode, illumina, dura un attimo ma che potrai ricordarti per sempre.
Abbiamo vinto!
E mentre a Tirana la ROMA alzava la coppa, Gabriele il suo trofeo se lo teneva stretto: Francesco. Un padre e un figlio, due Romanisti.

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