Sapevamo potesse essere bello, non immaginavamo così, scendono lacrime più di sorrisi nei visi stravolti dei romanisti vincenti, stavolta una cosa non esclude l'altra, quattordici anni dopo la Coppa Italia, trentuno dopo l'ultima finale, quasi sessantuno dall'altro successo internazionale. È tutto vero, la Conference League è della Roma, scrivetelo, urlatelo, dedicatevelo uno con l'altro, il sogno si è realizzato, quando Kovacs fischia la fine il Feyenoord crolla a terra per lo sforzo inutile, mentre i romanisti impazziscono sotto la Sud trasferita a Tirana, e qui ci prenderemo casa e ci verremo in vacanza e ci gemelleremo per la vita, nello stadio altro che piccolo, perché è il più bello del mondo se contiene 20.000 spettatori e tanti milioni di anime.

È finita 1-0goldiZaniolo, va scritto tutto attaccato, poi adesso fatevi i vostri pezzi di mercato per dirci ogni giorno dove dovrebbe andare perché intanto ieri stava qui, con noi, e con quel piede morbido e quella testa dura ha seccato pure Bijlow perché non lo capiscono, non sanno che lui da lì pennella e non tira. Ma è finita 1-0 per Smalling, un muro inscalfibile, una diga che regge qualsiasi mareggiata, un baluardo insormontabile, prendi Losi, Aldair e Samuel e mettili insieme, esce quest'uomo elegante qua, mai falloso, ma la palla non te la fa vedere proprio. Ed è finita 1-0 per Mourinho, perché i miti non vanno capiti, vanno accettati: sono miti, non sono come noi, hanno una pasta diversa, volano sopra i nostri ragionamenti, ecco perché Zaniolo subito e Oliveira dopo, ecco perché difendi e riattacchi, ecco perché mette pure Viña a destra nel finale lasciando Spinazzola a sinistra, nessuno l'ha capito, ma lui non va capito, va accettato.

È arrivato un'estate fa e gli hanno chiesto tutti conto di quando sperava di poter vincere, per poter solo estorcere una frase da tirargli contro, ma lui non l'ha detta l'ha frase, ha vinto e basta, e ancora una volta siamo qui a riconoscere il mito. Ed è finita 1-0 per Pellegrini, coraggioso capitano di una Roma dal cuore infinito, non la più forte di tutti, ma la più romanista di tutti. Ed è finita 1-0 per tutti, pure per quelli che incuranti del rischio supplementari col risultato in bilico (chi ha tolto la palla dal piatto di Linssen al 92°? Forse Agostino? Nel caso grazie ancora capitano), hanno alzato bandiera bianca troppo presto, con Mourinho che li invitata a restare in campo, che c'era ancora da battagliare, che ancora potevano spingere e infatti alla fine zampettavano allegri in campo a festeggiare con gli altri. Ma è la fatica mentale di una finale ad aver giocato a tutti un brutto scherzo, loro che ne sanno, non sono Mourinho che con queste coppe ci gioca, cinque su cinque finali, perché i miti si accettano, non si capiscono. Ed è finita 1-0 per Rui Patricio, insuperabile quando non ci arrivava Smalling, e tutta la squadra, fino a Spinazzola (sorridi ragazzo, sorridi che il destino ridà tutto), e a Shomurodov e Viña, entrati alla fine a proteggere il fortino. E Zalewski, e tutti. Tutti.

Una finale si gioca così, le poche emozioni piacciono soprattutto ai tifosi delle due squadre, e magari annoiano gli spettatori neutrali, ma per una volta chissenefrega. Se qualcuno ancora ritiene di dover rimproverare Mourinho perché la squadra non sciorina calcio di primissimo livello dimentica la differenza tra chi specula perché non ha idee e chi invece sceglie di puntare su un aspetto perché convinto che possa portargli risultati migliori di altri. Così il portoghese può permettersi anche di sbagliare una scelta - Mkhitaryan - eppure nessuno ne risente perché chi gli subentra dopo appena un quarto d'ora, Oliveira, in campo a freddo mentre l'armeno si arrende seduto sul campo scuotendo la testa dopo un paio di affondi tentati e non riusciti, fa addirittura meglio del compagno.

Ed è giusto dire che quando in passato abbiamo ritenuto poco produttiva la coppia Cristante Oliveira evidentemente sbagliavamo, sottovalutando la tenuta mentale di certi giocatori, più importante di quella fisica. Insomma Mourinho si era affidato alle sensazione di Miky (lo aveva detto chiaro e tondo alla vigilia) e invece dopo un po' ha dovuto cambiare, ma è rimasta tale l'impostazione solida di un 3412 ormai rifinito in ogni dettaglio, con Pellegfrini alle spalle di Abraham e Zaniolo, con tanti saluti a quelli che ritenevano che tra il tecnico e il talento di Massa non corresse più buon sangue. Magari è vero, boh, ma José fino all'ultimo atto della stagione ha creduto in lui ed è stato ripagato dalla moneta più cara, il gol decisivo nella finale di coppa.

Il capolavoro di Nicolò è arrivato al 32°, dopo mezz'ora di sterili tentativi olandesi, con una palla semplicemente scucchiaiata a perfezione da Mancini alle spalle del difensore più scarso della linea del Feyenoord, Trauner: con la pelata l'austriaco ha appena accarezzato il pallone, controllato di petto da Zaniolo, poi strepitoso nella scelta istintiva di scavare la palla invece di tirare di punta sull'uscita contemporanea di Bijlow con l'assistenza di Aursnes. Fino ad allora si era visto davvero poco: solito Feyenoord con il suo scolastico 4231, senza un'idea che sia realmente produttiva, con il movimento poco utile degli esterni veloci (ben controllati da Karsdorp e Zalewski, quando non uscivano alti sui terzini avversari) e la scelta di puntare sul capocannoniere del torneo Dessers, polverizzato da un immenso Smalling.

Il problema degli olandesi era soprattutto in mezzo, con il norvegese Aursnes primo regista con la pressione costante di Pellegrini e il turco Kokcu pronto a rilanciare l'iniziativa connettendosi con l'attacco, ma nessuna giocata è mai uscita fluida dai due mediani e la difesa della Roma ha controllato agevolmente gli avversari per tutto il primo tempo. Solo un errore avrebbe potuto complicare la vita a Rui Patricio: ci ha provato al 18° Karsdorp con un retropassaggio avventato su cui è piombato Dessers, defilato, pronto a servire proprio Kokcu che ha svirgolato il tiro servendo di fatto Zalewski.

Al 25° proprio Trauner ha steso malamente a centrocampo Abraham che gli era andato via in velocità, meritandosi la prima ammonizione della serata. La seconda se l'è guadagnata invece Pellegrini in un parapiglia seguito a un fallo di Dessers da dietro su Smalling, non sanzionato dall'arbitro come avrebbe meritato. Poi il gol di Zaniolo al 32° ha sbloccato la partita, e tre minuti dopo Abraham è partito dritto verso l'area contenuto a fatica da Senesi, che poi lo fermerà in corner, con risentita reazione di Tammy verso la curva che lo stava beccando agitando tante banane di plastica: ma a dire il vero, il gonfiabile fa parte della tradizione tifosa del Feyenoord da anni.

Il momento peggiore della partita, ma adesso sembra bellissimo anche quello, è l'inizio del secondo tempo, quando il Feyenoord ha provato a cambiare l'esito della serata producendo il massimo sforzo: su calcio d'angolo battuto corto, è tornata dentro l'area una palla maligna che Mancini ha provato a ricacciare fuori buttandosela sul palo (chi l'ha accompagnata stavolta, Dino Viola? Nel caso, grazie ancora presidente), e sul rimbalzo Til ha provato ancora a segnare trovando ancora l'opposizione di Rui Patricio. E al 5° su azione insistita e scarico dall'area verso fuori sul sinistro maledetto di Malacia Rui si è allungato ancora, fino al massimo della sua estensione nel più breve tempo possibile, spostando la traiettoria giusto per mandarla sull'incrocio dei pali (e chissà se c'è stato lo zampino di Geppo, di Roberto, di Antonio, di Dante o di Luisa, nel caso grazie ancora ragazzi, la vittoria è anche vostra).

Sembrava l'inizio della fine per noi, lo è stato per loro. Vero che stavamo in sofferenza, ma i geni alla Mourinho sembrano godere mentre gli altri soffrono le pene dell'inferno, trequarti di stadio romanista, mentre il quarto olandese spingeva e soffiava, senza spostare niente. E infatti gli olandesi hanno sbattuto sul muro a trequarti, senza mai impensierire realmente Rui che sulla trequarti, nei lunghi momento in cui il Feyenoord prendeva fiato, si scaldava come un ballerino di tango, che la faccia ce l'ha e il fisico pure. Tanti cambi non hanno cambiato niente, cinque per loro, quattro per noi (dentro Spina e Veretout per Zalewski e Zaniolo, Roma sul 352 e sofferenza decisamente attenuata, poi i due cambi finali, a tener botta fino all'ultimo secondo). E poi quel pallone gettato scriteriatamente in area al 2° dei 5 minuti di recupero dati dal fuoriclasse romeno Kovacs (magari venissero loro ad allenare in Italia), allungato di testa da Dessers per Linssen che pareva proprio solo davanti a Rui, sfuggito alle spalle di Spinazzola, e invece la palla è sfilata via, e con essa tutte le nostre paure, di tanti anni di speranze e disillusioni. Ma quanto è bello sempre essere romanisti. Specialmente dentro notti così. E ora via la festa.