Guardatelo, lì a bordocampo, mentre soffre fisicamente in attesa del triplice fischio, l'espressione distorta in una smorfia di tensione, adrenalina, pura trance agonistica. José Mourinho, l'uomo che ha vinto 25 titoli in carriera, sta allenando, giocando e tifando al tempo stesso. E quando l'arbitro sancisce che la Roma è ufficialmente in finale di Conference League, lo "Special One" agita il pugno verso la Monte Mario, e in un attimo scompare nell'abbraccio dei suoi collaboratori. Piange, è commosso, e lo testimonia anche un breve video pubblicato dalla Roma, in cui il portoghese si batte la mano sullo stemma che ha sul petto all'indirizzo dei tifosi, prima di imboccare il tunnel che porta agli spogliatoi. Piange. José Mario dos Santos Mourinho Félix piange. Capito di cos'è capace la Roma? Capito perché si diceva che fosse davvero l'uomo giusto per questa squadra e questo Club?

E non si tratta nemmeno dell'averci riportato a una finale di una coppa europea a distanza di 31 anni. Mou aveva capito cos'è la Roma tanto tempo fa, forse persino prima di assumerne la guida, ma giovedì sera l'ha sentita sulla pelle come i 64.000 che erano all'Olimpico e alle centinaia di migliaia che soffrivano davanti alla tv. Nell'intervista post-partita era stremato proprio come lo erano tutti i romanisti: talmente felice, talmente stanco, prosciugato ed emotivamente svuotato da aver difficoltà a parlare. Proprio lui, lo "Special One", il campione della comunicazione, il tecnico capace di vincere due Champions League e due Coppe UEFA. «Famiglia», ha ripetuto all'infinito, come un mantra che saliva dal cuore e al cuore ritornava, per cercare (invano) di riassestare i battiti impazziti. Prima di presentarsi ai microfoni, è risalito sul terreno di gioco e ha fomentato la Curva Sud, che non aveva alcuna intenzione di svuotarsi. L'ha incitata come un capopopolo, o un «capobranco» (definizione di Gianluca Mancini).

Ha soffiato sul fuoco della passione, proprio come aveva fatto alla vigilia della gara - fino a due giorni fa - più importante della stagione. «Se abbiamo 70.000 spettatori - le sue parole in conferenza - il risultato è niente, ma se giocano con noi la storia è diversa». L'appello non è stato inascoltato, ovviamente: la bolgia regalata dall'Olimpico prima, durante e dopo l'incontro è stata uno spettacolo d'altri tempi. L'«empatia» che spesso, nel corso della stagione, José ha rimarcato si è tramutata in un'orgia d'amore giallorosso. Ecco spiegato perché persino uno come Mou possa essersi commosso. «Ho versato una lacrima per tutte quelle persone che amano questo Club». Per quelli che hanno scortato il pullman della squadra verso la pancia dello stadio, immortalati nel video pubblicato dallo stesso portoghese; per tutti quelli che, essendo più giovani, non avevano mai visto la Roma raggiungere una finale di un torneo continentale e per tutti quelli che invece ancora oggi hanno il sonno turbato da Roma-Liverpool e Roma-Inter. Mou ha pianto per coloro che, pur divorati dall'ansia, non ha smesso per un solo istante di sventolare le bandiere e cantare; per coloro che, a casa, strizzavano un cuscino tra le braccia in maniera isterica, per quelli che si mangiucchiavano le unghie fino all'osso, per quelli che hanno fumato dieci sigarette nell'ultimo quarto d'ora.

José Mourinho da Setubal, alias lo "Special One", uno dei tecnici più titolati al mondo, che ha allenato il Real Madrid e il Manchester United, ha pianto di empatia. Empatia viene dal greco empátheia e significa più o meno "dentro la sofferenza, dentro il sentimento". Il principio basilare di questo meccanismo emotivo si basa sulla comprensione dei sentimenti e dei bisogni altrui, al punto di arrivare a percepirli come nostri. José, giovedì sera, aveva negli occhi le nostre lacrime.