Esattamente un anno fa, alle 15.09 del 4 maggio 2021, la Roma pubblicava un tweet che sorprendeva tutto il mondo calcistico (e non solo). «L'AS Roma - si leggeva nella brevissima nota - è lieta di annunciare che José Mourinho sarà il nuovo Responsabile Tecnico della Prima Squadra a partire dalla stagione 2021-22!». In tutto, 23 parole, sufficienti a scatenare l'entusiasmo dell'ambiente (cinque giorni prima i giallorossi avevano perso 6-2 la semifinale d'andata di Europa League a Old Trafford) e gli "eh, ma..." di chi da troppo tempo guarda più in casa nostra che nella propria; quest'ultimo aspetto è stato godurioso tanto quanto l'annuncio in sé e per sé. I Friedkin, con un coup de théatre, rispondevano così a chi chiedeva loro di parlare dopo la sonora sconfitta di Manchester. Con i fatti, e con 23 parole affidate a un tweet.

L'attesa, l'arrivo, le parole

Da quel giorno, partiva un conto alla rovescia a dir poco estenuante, durato quasi due mesi, mentre nella Capitale la presenza dello "Special One" si faceva sempre più tangibile. Nei discorsi, nei gesti, persino sui muri, dove comparivano murales dedicati al portoghese. Avanti così, in febbrile attesa, fino al 2 luglio, giorno dello sbarco. Ad accoglierlo, nonostante il caldo torrido, centinaia e centinaia di tifosi all'aeroporto prima e a Trigoria poi. Dalla terrazza del "Fulvio Bernardini", come una sorta di Papa laico, Mou indicava la Lupa sullo stemma della sciarpa. E poi la presentazione, sei giorni dopo, in Campidoglio: a un passo dalla statua di Marco Aurelio, José diceva «nulla viene dal nulla, come nulla ritorna nel nulla», citando proprio l'imperatore. E aggiungeva: «Questa non sarà la Roma di Mourinho, ma la Roma dei romanisti». 

Le nostre prime pagine dopo l'annuncio e dopo l'arrivo di Mourinho a Trigoria

È proprio questa frase la prima pietra simbolicamente posata dall'allenatore portoghese nella costruzione della sua Roma. Alle analisi più superficiali poteva sembrare un semplice slogan, ma alla fine si è rivelata un'autentica profezia. Lo dimostra l'entusiasmo e la passione manifestata dai tifosi durante tutto l'arco di questa stagione; lo dimostrano i sold-out dello Stadio Olimpico da quando si è tornati al 100% della capienza. Lo dimostrano le bandiere e i cori, ma anche il ritrovato senso di appartenenza di una squadra che negli ultimi tre anni era apparsa apatica, anemica. A-squadra, se ci permettete il neologismo. Ora è un gruppo unito, saldo attorno al suo Marco Aurelio da Setubal, sempre pronto a lottare, disposto persino a soffrire, se così ha da essere. A prescindere da come andrà a finire la stagione, è questa la vittoria più importante dello "Special One": aver ricompattato la Roma attorno a se stessa.

La stagione

Il ko di Spinazzola e la decisione di Dzeko di trasferirsi all'Inter hanno costretto Pinto a un «mercato di reazione», per usare le parole dello stesso Mou. Ciò nonostante, la partenza sprint ha portato sei vittorie nelle prime sei gare ufficiali. Tra queste, anche quella last-minute con il Sassuolo, che rappresentava la sua millesima panchina in carriera, e conclusa con una corsa sfrenata sotto la Sud. E in quel momento di facili entusiasmi, José è stato di nuovo profeta: «Tranquilli: abbiamo vinto 5 partite, non 50. Ci vuole equilibrio». E quando sono arrivate le prime battute d'arresto, l'allenatore non si è scomposto e ha ribadito due concetti chiave già espressi nel giorno della sua presentazione: tempo e pazienza. Dopo la debacle di Bodo, non ha usato giri di parole, evidenziando le carenze della rosa e la mancanza di personalità di alcuni calciatori (tutti partiti a gennaio).

La corsa di Mourinho sotto la Sud contro il Sassuolo @Mancini

Ma l'impegno e il lavoro costanti, alla fine, danno i loro frutti: dopo i ko di inizio 2022 con Milan e Juve, la squadra ha inanellato una serie di dodici risultati utili consecutivi in campionato; una striscia che si è interrotta soltanto dieci giorni fa contro l'Inter. Di pari passo, i giallorossi hanno proseguito la marcia anche in ambito europeo: dopo aver vinto il girone di Conference League, si sono sbarazzati di Vitesse e Bodo/Glimt (vendicando così il 6-1 rimediato a ottobre in Norvegia) e sono oggi alla vigilia della semifinale di ritorno. «Dobbiamo inseguire il sogno di raggiungere la finale», ha detto José: dopo l'1-1 in terra inglese, quel sogno è più vivo che mai.

Ecco cos'ha fatto il portoghese, nell'arco degli ultimi 365 giorni: ci ha restituito la possibilità (e la voglia) di sognare. Ci ha rappresentato con le sue dichiarazioni, soprattutto quando si trattava di denunciare certi torti e certe disparità di trattamento: l'ultima volta in ordine cronologico è stata giusto tre giorni fa. Ha fatto da scudo alla Roma, l'ha difesa: e non ci riferiamo qui alla squadra intesa come insieme dei calciatori che la compongono; no, parliamo proprio della Roma come entità, come ideale, come stato dell'anima e della mente. Non si tratta di un trofeo, è vero, ma forse vale più di qualsiasi titolo.