Il giorno dopo Misha, al secolo Michael Surzhin, trattiene un po' l'orgoglio: «Bello l'articolo, grazie. Mi ha fatto davvero piacere. Peccato quello che sta accadendo». Peccato, certo. Peccato che adesso Misha, quindici anni appena compiuti, non possa godersi la vita come sognava di fare. E quindi anche la soddisfazione di rileggere il suo nome in testa ad un articolo, anche se tradotto in italiano, quello pubblicato ieri dal Romanista, è una soddisfazione che dura lo spazio di un minuto. Perché Misha oggi ha altri pensieri. Niente scuola, niente giochi, niente svago e, ovviamente, niente calcio. Finito. C'è la guerra dentro casa e chissà per quanto non potrà andare a vedere le partite del campionato ucraino che grazie soprattutto alle imprese dello Shakhtar Donetsk gli avevano dato per un certo periodo l'idea che potesse anche lui proiettarsi in un mondo grande, bello e patinato, quello delle grandi sfide europee, quello dei partitoni della Champions League.

Sognava di fare il giornalista quattro anni fa quando lo conoscemmo nella sala stampa dello stadio del Metalist, ora per lui è davvero difficile sognare qualcosa. Ora la sfida europea è salvare il suo paese dall'attacco scriteriato di un paese vicino. E quando si parla di attacco e difesa stavolta non si parla di calcio, ma di carnefici e di vittime. Misha ieri si è affacciato dal balcone della sua casa di Mariupol. Ha visto sfilare una colonna di tank, ci ha mandato il video: «Il problema è che non capisco se sono carriarmati ucraini o russi». Sono vittime e carnefici? Non potevamo aiutarlo neanche a capire, e il solo pensiero ci ha atterrito.

Michael Surzhin allo stadio con la bandiera dell'Ucraina

Anche Eusebio Di Francesco ieri ha letto le parole di Misha: «Ho letto quello che vi ha scritto Misha, lo abbraccio forte e condivido il suo pensiero. Ho un bellissimo ricordo di quel giorno e di quella trasferta. Oggi invece sono preoccupato come tutti. Siamo inermi di fronte a quello che sta succedendo. È una vergogna. Spero fortemente per Misha e per tutto il popolo ucraino che davvero, come ha scritto lui stesso, si fermino gli attacchi». L'ex allenatore della Roma, attonito spettatore della spaventosa vicenda ucraina, ha affidato al Romanista questo pensiero. Gli piaceva l'idea di far arrivare al ragazzo che quel giorno a Kharkiv lo intervistò al termine della conferenza stampa di vigilia di Shakhtar-Roma un pensiero solidale. Missione compiuta, Misha ne è rimasto colpito: «Sono felice che il signor Di Francesco lo abbia letto, se potete ringraziatelo per il supporto che ha dato al popolo ucraino». Una goccia nel mare di solidarietà che da ogni parte del mondo arriva laggiù. Prima che cali un'altra notte, e col buio la paura di non potersi svegliare domani.

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