Eravamo bambini, pure un po' rompicoglioni, quando seduti sui banchi della scuola, il maestro ci spiegò che per verificare l'esattezza di un'addizione la regoletta era: cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. Chissà perché ieri sera, torturando le unghie e seguendo con la viscerale passione che ci accompagna ogni volta che vediamo quelle maglie giallorosse in campo (ieri sera bianche, ma ci siamo capiti), nella nostra memoria ormai fin troppo intasata di ricordi, c'è tornata in mente quella regoletta: cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia.

C'è ritornata in mente subito, già nei primi minuti certo non brillanti (eufemismo) della Roma a San Siro che aveva appena osannato Mourinho. Quando cioè abbiamo provato a riflettere sul fatto che contro l'Inter, campione d'Italia, prima in classifica con una partita in meno, squadra che all'Olimpico ci aveva dato una lezione e che crediamo di non sbagliare dicendo che è più forte di noi, i giallorossi si sono presentati in campo con un modulo che, in precedenza, avevamo visto solo in alcuni spezzoni di partita. Ovvero tre difensori, quattro centrocampisti, un trequartista, due punte. Quindi, cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. Perché purtroppo alla fine abbiamo dovuto fare i conti con l'eliminazione dalla coppa Italia che da troppi anni c'è diventata ostile, undicesima sconfitta complessiva (nove in campionato e una in Conference le altre dieci), peraltro arrivata dopo il primo quarto d'ora horribilis, in una gara giocata meglio di altre, oltretutto incassando quella sassata di Sanchez nel momento migliore di una Roma che in più di un'occasione non è che fosse andata troppo distante dalla rete del pareggio.

Oliveira a contrasto con Darmian (AS Roma via Getty Images)

Però, cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia. Mourinho sta cercando la quadratura migliore dall'inizio della stagione, avendo come principale obiettivo quello di non pagare troppo l'assenza di quel regista che ha cominciato a chiedere dal luglio scorso. E allora proviamo a cambiare gli addendi per vedere l'effetto che fa. Si è partiti con il 4-2-3-1, complice probabilmente anche l'assenza iniziale di Smalling per infortunio, scoprendo però che sulle fasce, con Spinazzola ancora da recuperare, Karsdorp a parte non c'erano le garanzie sufficienti per potersi permettere la linea difensiva a quattro. Così lo Special One, nel momento che Smalling è tornato a disposizione, ha scelto la via della linea difensiva a tre recuperando alla causa anche Kumbulla, optando poi per una linea a centrocampo a cinque arretrando Mkhitaryan e dando fiducia a una coppia offensiva formata da Abraham e Zaniolo. Ma nella continua e non ancora completata ricerca della miglior Roma possibile con questa rosa a disposizione, l'evoluzione inevitabile soprattutto avendo in mente l'obiettivo di vincere le partite, è stata quella, prima contro il Genoa in campionato e poi ieri sera a San Siro, di restituire l'armeno al ruolo di trequartista centrale alle spalle delle due punte (c'è da ricordare che nella sfida di Coppa Italia contro il Lecce, Mou ha provato anche il quattro-tre-tre). Il risultato è stato zero gol in 180 minuti (per la verità uno contro il Genoa era stato segnato ma poi è successo tutto quello che è successo, evitiamo di ripeterci).

Ma soprattutto il risultato è che questa Roma, come la giri la giri è una coperta corta. Perché manca un regista in grado di dettare tempi e geometrie. Perché mediamente non c'è la qualità necessaria per provare a imporre il gioco. Perché molti giocatori non hanno nella brillantezza e nella velocità di esecuzione la loro migliore dote. Perché quando si cambia troppo, poi per i protagonisti in campo non è semplice metabolizzare in fretta posizioni e movimenti, e questo vuole dire perdere una frazione di secondo nelle giocate cosa purtroppo si materializza, spesso e poco volentieri, con arrivare secondi sul pallone. Alla fine della fiera il problema è che siamo a febbraio e la Roma ancora non ha capito cosa è. Non vuol essere un capo d'accusa, anzi per certi versi la ricerca della soluzione migliore, pur a costo di rischiare, non possiamo che apprezzarla anche se poi il campo ha detto che certe scelte non si erano rivelate intuizioni geniali. Ma adesso, con un quarto posto che fa rima con utopia, in chiave unico obiettivo rimasto, ovvero la Conference League, ci permettiamo di pensare che sia il caso di fare una scelta definitiva. Tanto il regista almeno fino al prossimo mercato estivo non ci sarà. Mou scelga un modulo e una formazione base per otto-nove undicesimi e si vada avanti così, sapendo che comunque la gente romanista sarà sempre e comunque al fianco. La stagione non è finita, la Conference non è utopia.