Torna il vichingo. Il problema al polpaccio è alle spalle, domani sera, contro il Bologna, Robin Olsen si riprenderà la maglia da titolare tra i pali della porta giallorossa. O no? E l'interrogativo non vuole essere malizioso o polemico, ma semplicemente una motivazione. Nel senso che le due partite in cui lo svedese è rimasto a guardare, la trasferta di campionato a Verona contro il Chievo e poi il match d'andata di Champions League contro il Porto, il dodicesimo designato Antonio Mirante ha fatto il suo, facendo lievitare nella squadra quel senso di sicurezza che per un portiere è un elemento fondamentale. Meglio così, prima di tutto per la Roma. Ma anche per Olsen. E la cosa è meno strana di quello che possiate pensare.

Il bisogno di un nemico

Proviamo a spiegarci. Perché è vero che, da sempre, si dice che l'unico ruolo in cui la concorrenza rischia di creare insicurezza è quello del portiere che, al contrario, deve avere la garanzia di andare in campo, sentirsi titolare a tutto vantaggio di quella serenità che in un portiere vale più che in qualsiasi altro ruolo. Ma è altrettanto vero che nel caso del vichingo nostro, si sentiva al contrario la necessità che gli si potesse materializzare un «nemico» da sconfiggere, un rivale pericoloso per la sua titolarità, un portiere in grado di metterne in discussione la maglia da titolare.

E Antonio Mirante questo ruolo lo ha interpretato alla perfezione, dando risposte rassicuranti, garantendo alla Roma la prima cosa che un portiere deve assicurare alla sua squadra, cioè quella di non fare danni. Cosa, oltretutto, che è arrivata dopo che nel precedente mese di partite, Olsen non è che avesse garantito, con una serie di prestazioni che tutto avevano fatto meno che essere da voto alto in pagella. Le partite con il Genoa e il Torino le ricordiamo tutti, anche quella amarissima di Firenze con sette gol al passivo (ma solo uno ascrivibile allo svedese), tutte partite in cui le risposte positive che Olsen aveva dato nella prima parte della stagione, si erano volatilizzate per lasciare spazio a quei dubbi con cui il vichingo era arrivato a Roma via Danimarca. Al punto che a un certo punto della stagione, si era arrivati a dire che il miglior acquisto dell'ultimo mercato estivo fosse stato proprio il vichingo (e questo si diceva anche per dare qualche botta anche al direttore sportivo Monchi), complice la bravura di un preparatore dei portieri come Marco Savorani. E questo probabilmente era stato il problema.

Perché, magari inconsciamente, Olsen si era adagiato, lasciandosi andare ai complimenti e agli applausi, scrollandosi dalle spalle uno scimmione di nome Alisson, scimmione con cui era andato in campo nei primi mesi della stagione. E le risposte positive che c'erano state nei primi mesi di stagione, si erano trasformate in un ricordo (e pure qui sempre per dare qualche botta a Monchi). Ora, però, lo scimmione non si chiama più Alisson, ma Antonio Mirante. È lui l'avversario, volendo esagerare il nemico, che Olsen adesso deve sconfiggere per riconquistare definitivamente la sua maglia da titolare.

Adesso sa che alle sue spalle non c'è un portiere che andrà in campo soltanto in caso di squalifica o infortunio dello svedese, ma un estremo difensore che può prendere il suo posto senza che nessuno si strappi i capelli. Olsen deve rispondere in campo, tornando il numero uno che aveva risposto positivamente nei suoi primi mesi romani allontanando (almeno un po') il ricordo di Alisson. Deve ripetersi, solo che stavolta il nemico da allontanare è il suo amico Mirante.