Giocare ad armi pari. Era questo il principio che ha mosso l'istituzione del Fair Play Finanziario. Ed è proprio il rispetto del postulato alla base della lettera ufficiale che la Roma ha recapitato alla Uefa. La richiesta formale di spiegazioni al governo europeo del calcio era stata anticipata da un passaggio chiave dell'intervista concessa negli Stati Uniti dal presidente Pallotta: «Serve fare qualcosa. Ho scritto una lettera alla Uefa chiedendo di avere un dialogo costruttivo su quanto abbiamo visto fare ad altre squadre. Quando guardiamo ad alcune sanzioni o alla scarsità di pene inflitte, il mio punto di vista è: perché mi sto preoccupando del Financial Fair Play, non è meglio prendere dodici milioni di euro di multa e accettarla?».

La domanda che il numero uno romanista pone a se stesso può sembrare retorica a una prima superficiale interpretazione, ma ha una sua logica. Se le pene inflitte ai club che non rispettano le regole sono di così lieve entità come quelle comminate fino a questo momento, che senso ha compiere salti mortali per far quadrare i bilanci? Sarebbe molto più proficuo anche per le trattative di mercato non avere la scure delle scadenze temporali, che obbligano a condurre operazioni entro le date utili a pareggiare i conti. Per dirla in soldoni, se la Roma avesse potuto scegliere di vendere Salah a fine sessione anziché all'inizio - nell'estate in cui l'affare Neymar ha fatto sballare ogni cifra - forse avrebbe ricavato anche il doppio di quei cinquanta milioni che all'epoca sembravano perfino generosi.

I paradossi del Fpf

Il paradosso del Fpf risiede nel suo sviluppo, che ha consentito di arginare i paletti con espedienti finanziari degni della peggiore finanza creativa: dalle sponsorizzazioni camuffate o risalenti agli stessi proprietari; ai "pagherò" che da eccezione sono diventati regola; alle parcellizzazioni di immobili rivenduti a società dello stesso gruppo; alla supervalutazione di giocatori semisconosciuti con la compiacenza di acquirenti fiancheggiatori. Gli esempi pullulano in ogni angolo del continente. Italia compresa. Nato come strumento per arginare lo strapotere economico delle grandi storiche d'Europa e dei club "neoricchi" come City, Psg e Chelsea, il Fpf ha di fatto allargato la forbice a distanze siderali con le società prive di grandi risorse. E nella crescita esponenziale delle prime a scapito delle ultime è rimasta coinvolta anche la cosiddetta classe media, nella quale può essere posizionata la Roma. Ovvero quella fascia di club che riesce più o meno stabilmente a qualificarsi in Champions e fruire dei relativi introiti (fonte primaria di guadagni per tutti o quasi), ma che senza risorse proprie come lo stadio è costretta a spendere più di quanto incassi per mantenere un elevato livello tecnico.

Un circolo vorticoso (virtuoso da un lato, vizioso dall'altro) che si chiude imponendo operazioni dolorose pur di rimanere entro i paletti stabiliti dalla Uefa. A patto di rispettare le regole, chiaro. Mentre in questa fase è facile assistere a continue violazioni di quei dettami. Perciò la richiesta ufficiale di spiegazioni da parte di un club come la Roma che nell'ultima stagione è stato - risultati alla mano - fra i primi quattro del continente, è un atto forte. «È un argomento sul quale abbiamo instaurato un buon dialogo», ha chiosato Pallotta. Traduzione: i giallorossi non smetteranno di seguire il Fpf, ma chiedono che valga per tutti gli altri. Come da principio base: il gioco è bello finché è ad armi pari